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20 ottobre 2019

[04.03.2015] Trib. Forlì, Sentenza, 04.03.2015, Pres. Pescatore, est. Ramacciotti

Disconoscimento di scrittura privata – Querela di falso in via subordinata Esclusività Non sussiste.

E’ ammissibile l’autonoma domanda di disconoscimento di scrittura privata proposta in via principale, laddove è altresì proposta in via subordinata querela di falso, qualora non sussista il necessario presupposto dell’esclusività della querela, cioè la scrittura privata che costituisce piena prova della provenienza delle dichiarazioni nei confronti di chi la propone, situazione che non si presenta quando la scrittura non è stata riconosciuta né deve ritenersi legalmente tale. Così la parte, che sostenga la non autenticità della propria sottoscrizione con riguardo ad una scrittura privata che non è stata riconosciuta né deve ritenersi legalmente tale, può assumere l’iniziativa del processo per sentir accertare la non autenticità di detta sottoscrizione, nonché per contestarne l’efficacia probatoria e non dovrà necessariamente attendere di essere vocata in giudizio da chi affermi una pretesa sulla base di quel documento, intervenendo poi ad operare il disconoscimento ex artt. 214 e ss. c.p.c..

Risarcimento del danno – Responsabilità oggettiva dell’Istituto di credito – Concorso del fatto colposo ex art. 1227 c.c. .

La responsabilità oggettiva dell’istituto di credito ex art. 2049 c.c. deve essere esclusa ogni volta che si provi che vi è stata quantomeno acquiescenza del cliente alla violazione, posta in essere da parte dell’intermediario, delle regole di condotta su quest’ultimo gravanti. Tale concorso di colpa sussiste qualora, come nel caso di specie, il cliente non si sia avveduto delle movimentazioni bancarie poste in essere a sua insaputa sul proprio conto corrente, nonostante l’invio periodico da parte della banca, ex art. 119 T.U. D.Lgs. 01.09.1993 n. 385, degli estratti conto, i quali non sono mai stati contestati. Pertanto il comportamento assolutamente negligente del cliente, il quale aveva il preciso onere di prendere tempestiva e costante conoscenza degli estratti conto periodici inviatigli dall’istituto di credito, assume i connotati di una condotta colposa di efficacia tale da rompere il nesso eziologico fra la causa e il danno, escludendo ogni diritto al risarcimento ai sensi dell’art. 1227 c.c..

R.G. 3682/2010

La controversia verte sulla autenticità delle sottoscrizioni apposte sulla documentazione inerente alle operazioni bancarie poste in essere dall’attore nel corso degli anni 2005 e 2006.

L’attore ha, infatti, evocato in giudizio la ex coniuge, Be. Gi. nonché tre istituti di credito, Banca R. C., Cassa dei Risparmi di F. e della R. e Cassa di Risparmio di R. s.p.a., al fine di vedere accertata l’apocrifia delle sottoscrizioni apposte su 358 documenti bancari riportanti il suo nome, deducendo che Be. Gi. – che pure aveva la facoltà di firma sui conti correnti intestati al marito – andava sottoscrivendo assegni ed altri documenti bancari con il nome del sig. Ma..

L’attore domanda, poi, che i convenuti siano condannati al risarcimento di tutti i danni da lui subiti in conseguenza di tali falsificazioni, e segnatamente del pregiudizio derivante dall’aver dovuto corrispondere all’Agenzia delle entrate le sanzioni irrogategli con due avvisi di accertamento relativi agli anni 2005 e 2006, nei quali è stata contestata la non regolarità delle operazioni anzidette, in quanto indici di un reddito maggiore di quello dichiarato per gli anni in questione.

In via subordinata, l’attore ha proposto querela di falso relativamente alle sottoscrizioni.

Si sono costituiti tutti i convenuti, chiedendo il rigetto delle domande attoree, con difese così compendiabili:

· il disconoscimento delle scritture private, nonché le domande risarcitorie proposte dall’attore, sono inammissibili in presenza di una querela di falso, atteso che quest’ultima domanda, per costante giurisprudenza, ove proposta in via principale, non tollera la proposizione di altre domande, anche se dipendenti, nell’esito, dalla prima;

· in ogni caso, la querela di falso sarebbe inammissibile perché, da un lato, carente nell’esposizione dei mezzi di prova e, dall’altro, del tutto generica, non essendo i documenti oggetto della stessa stati indicati specificamente;

· nel merito, per quanto riguarda la posizione degli istituti di credito, non può in alcun modo ravvisarsi una responsabilità della Banca, dovendo escludersi qualsiasi nesso eziologico tra un fatto imputabile alle banche ed il danno;

· il danno era, comunque, evitabile usando l’ordinaria diligenza, essendo del tutto inverosimile che il Ma., peraltro esercente la professione di commercialista, abbia avuto contezza delle ingenti movimentazioni di denaro sui propri conti, soltanto al momento del richiamo da parte dell’Agenzia delle entrate;

· quanto ai versamenti di assegni, la diligenza media del buon banchiere non poteva spingersi oltre un controllo superficiale in ordine alla regolarità dei titoli presentati.

Così delimitato l'oggetto della controversia, il Tribunale rileva, in primo luogo, come la domanda di disconoscimento delle sottoscrizioni apposte alla documentazione bancaria richiamata dall’attore, nonché la connessa domanda risarcitoria, siano, in astratto, ammissibili.

Sul punto si osserva che “con riguardo ad una scrittura privata, che non sia stata riconosciuta e che non debba ritenersi legalmente riconosciuta, e per la quale, pertanto, non sia necessario esperire la querela di falso, al fine di contestarne la piena efficacia probatoria (art. 2702 cod. civ.), la parte, che sostenga la non autenticità della propria apparente sottoscrizione, non è tenuta ad attendere di essere evocata in giudizio da chi affermi una pretesa sulla base del documento, per poi operare il disconoscimento ai sensi ed agli effetti degli artt. 214 e segg. cod. proc. civ., ma può assumere l'iniziativa del processo, per sentire accertare, secondo le ordinarie regole probatorie, la non autenticità di detta sottoscrizione, nonché per sentir accogliere quelle domande che postulino tale accertamento (Sez. 1, Sentenza n. 974 del 18/01/2008; Cass. 24.2.1983, n. 1420; Cass. 12.10.2001, n. 12471).

Non pare calzante in questa sede l’orientamento giurisprudenziale citato dalla difesa delle banche convenute (cfr. in particolare Cass. civ. sez. I, n. 13190/2006), inerente alla “esclusività” del giudizio di falso, essendo, nella fattispecie, la querela di falso stata proposta solamente in via subordinata rispetto alla autonoma domanda di disconoscimento, proposta invece in via principale, ed alla quale sola si accompagna la domanda accessoria di risarcimento del danno.

La querela di falso, poi, presuppone che la scrittura privata costituisca prova piena, nei confronti di chi la propone, della provenienza delle dichiarazioni, situazione che non sussiste in un caso, come quello in esame, in cui non vi è stato riconoscimento ne' ricorre uno dei casi in cui la scrittura deve essere considerata come riconosciuta.

Onde deve ritenersi che correttamente l’attore abbia esperito, in via principale, autonoma azione di disconoscimento delle sottoscrizioni apposte sulla documentazione bancaria indicata in atti.

Tanto premesso, la consulenza grafologica svolta in corso di causa ha invero accertato, sulla base di un'approfondita analisi comparata tra le firme autografe di Ro. Ma. contenute nelle scritture di comparazione e quelle di cui alla documentazione bancaria, prevalentemente costituita da distinte di prelevamento e versamento allo sportello e girate di assegni bancari, l’apocrifia di tutte le sottoscrizioni analizzate (comprese quelle visionate solo in fotocopia, seppure in termini di probabilità).

In particolare la CTU dott.ssa Ka. Fo. nel suo elaborato ha evidenziato di avere proceduto ad una indagine preliminare volta alla valutazione del grado di naturalezza – spontaneità esecutiva, all’esito del quale sono emersi fenomeni indicativi di un ritmo privo di quella immediatezza e coerenza che di norma presiedono alle esecuzioni realizzate con genuinità di impulsi.

Nella successiva fase di confronto tra sottoscrizioni in verifica e scritture autografe comparative sono poi emersi elementi di divergenza qualitativa sostanziale relativi a parametri generali del grafismo e ad aspetti frutto di automatismi personalizzati e individualizzanti; la c.t.u. ha poi sottolineato come accanto a tali aspetti di discordanza particolarmente rilevanti, le similarità esistenti tra le firme a confronto siano di natura morfologica e casuale, non altrettanto qualitative, concludendo nel senso che “gli elementi tecnici indicano che le sottoscrizioni in verifica (sia quando vergate nella modalità di due lettere maiuscole sia in modalità più completa) non provengono dalla mano del sig. Ro. Ma.” (cfr. pp. 82 e 83 dell’elaborato peritale in atti).

Le conclusioni del consulente tecnico d'ufficio, fondate su un'analisi accurata ed esaustiva, appaiono scevre da vizi logici e vengono condivise dal Tribunale.

All'accertamento di apocrifia delle sottoscrizioni consegue il vaglio della connessa azione volta al risarcimento del danno, proposta da parte attrice.

Deduce l’attore, infatti, di avere subito un pregiudizio patrimoniale derivante dall’asserito comportamento di Be. Gi., con il concorso degli Istituti di credito convenuti, derivante dalle sanzioni comminategli dall’Agenzia delle Entrate con i due avvisi di accertamento n. [omissis] e n.[omissis] per gli anni 2005 e 2006, ammontante ad €. 4.306.748,00; le richieste di pagamento provenienti dall’Agenzia delle Entrate sarebbero state determinate, nella ricostruzione attorea, dalle movimentazioni di denaro e titoli di credito effettuate dalla signora Be. Gi. utilizzando abusivamente la sottoscrizione del marito, le quali avrebbero indotto l’Agenzia delle Entrate a ritenere accertato un reddito maggiore in capo al Ma. rispetto a quello dichiarato.

Il Collegio ritiene che la domanda risarcitoria vada disattesa.

Anche a prescindere dalla genericità con la quale è stata proposta (in citazione l’attore si è limitato a domandare il risarcimento “di tutti i danni [da liquidarsi anche in via equitativa] che in conseguenza di tale falsificazione si sono concretizzati a carico di parte attrice” [cfr. p. 7 atto di citazione], per poi specificarne l’esatto ammontare e la precisa derivazione solamente in comparsa conclusionale), non è stata dimostrata la sussistenza di un nesso causale tra i fatti addebitati agli Istituti di credito, in concorso con la sig.ra Be., ed il danno subito, come qui di seguito si andrà ad esplicare.

Per quanto attiene specificamente alla condotta delle Banche, va premesso che la falsità delle firme apposte sugli ordini di bonifico, attesa la grande somiglianza del tratto di scrittura usato rispetto a quello del Ma., non poteva essere conosciuta dalla Banca usando la diligenza del bonus argentarius.

La stessa C.T.U. nominata in corso di causa ha chiaramente evidenziato che, pur presentando delle “costanti”, anche significative per frequenza, "le firme comparative manifestano un ambito di variabilità grafica dal punto di vista stilistico in quanto alcune sono tracciate in modo più completo, altre presentano un tracciato semplificato per la mancanza di lettere e altre ancora propongono un tracciato sigla, cioè con la presenza delle sole lettere iniziali maiuscole" (p. 47 elaborato peritale in atti).

Insomma, le sottoscrizioni non apparivano palesemente apocrife e solo all'esame di un occhio esperto ed all'esito di specifiche analisi potevano essere qualificate come false.

Sul punto, infatti, la giurisprudenza è unanime nell'affermare che la banca convenuta in giudizio può fornire la prova liberatoria del pagamento per essere la falsità non rilevabile con l'ordinaria diligenza richiesta nell'esercizio dell'attività bancaria (ex plurimis Cass. Civ., n. 12471/01).

Ciò, tuttavia, è a dirsi soltanto per le firme di girata su assegni bancari, mentre per le distinte di versamento e prelievo, appare più difficile escludere la negligenza dell’operatore allo sportello.

Assume però, al riguardo, importanza determinante il contegno dell'attore.

Lo stesso Ma. nel proprio atto di citazione ha ammesso di essersi avveduto delle movimentazioni bancarie poste in essere a sua insaputa (in buona sostanza versamenti di assegni e contestuali prelievi), solamente allorché gli è stata inoltrata, in data 7.01.2010, dall’Agenzia delle Entrate, richiesta di fornire i dati e la documentazione inerenti i rapporti da lui intrattenuti con le banche.

Gli avvisi di accertamento dell’Agenzia delle Entrate (docc. 6 e 7 parte attrice) e la relativa movimentazione bancaria, hanno riguardato gli anni 2005 e 2006.

Ai sensi dell’art. 119 T.U. D.lgs 1.09.1993, n. 385 (T.U. delle leggi in materia bancaria e creditizia): “Nei contratti di durata i soggetti indicati nell'articolo 115 forniscono al cliente, in forma scritta o mediante altro supporto durevole preventivamente accettato dal cliente stesso, alla scadenza del contratto e comunque almeno una volta all'anno, una comunicazione chiara in merito allo svolgimento del rapporto. Il CICR indica il contenuto e le modalità della comunicazione.

Per i rapporti regolati in conto corrente l'estratto conto è inviato al cliente con periodicità annuale o, a scelta del cliente, con periodicità semestrale, trimestrale o mensile.

In mancanza di opposizione scritta da parte del cliente, gli estratti conto e le altre comunicazioni periodiche alla clientela si intendono approvati trascorsi sessanta giorni dal ricevimento. Il cliente, colui che gli succede a qualunque titolo e colui che subentra nell'amministrazione dei suoi beni hanno diritto di ottenere, a proprie spese, entro un congruo termine e comunque non oltre novanta giorni, copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni. Al cliente possono essere addebitati solo i costi di produzione di tale documentazione”.

Gli intermediari finanziari sono, dunque, tenuti a tenere periodicamente informato il cliente in ordine a tutte le movimentazioni bancarie inerenti i suoi conti correnti, mediante invio periodico dell’estratto conto.

L’invio dell’estratto conto da parte degli istituti di credito non è, nel caso di specie, stato contestato dall’attore che, sul punto non ha presentato alcuna specifica doglianza.

Né risulta che prima delle contestazioni da parte dell’Agenzia delle Entrate abbia richiesto alle Banche copia della documentazione o proposto opposizione ai sensi dell’art. 119 T.U. bancario.

Se ne deduce che dal 2005 in poi l'attore non poteva non essere pienamente consapevole dell'anomalo andamento della propria gestione patrimoniale e che costui avrebbe potuto evitare ogni danno ulteriore semplicemente cessando immediatamente ogni rapporto con le Banche convenute e/o diffidando la sig.ra Be. dal porre in essere i comportamenti addebitatele.

Appare assolutamente impossibile che l'attore non si sia accorto dei ripetuti (si parla di 358 documenti) e consistenti movimenti bancari non giustificati (per il 2005 per oltre 900.000,00 euro e per il 2006 per oltre 2.500.000,00 euro, cfr. pp. 14 e 16, rispettivamente dell’avviso di accertamento del 2005 e del 2006), effettuati sui suoi conti correnti; ciò specie ove si consideri che fino all’ottobre 2007 il sig. Ma. era legato da rapporto di coniugio con la convenuta, e che, fino al 2006, il è stato socio della Spa. (cfr. doc. 3 Cassa dei Risparmi), società nella quale la ex moglie rivestiva la qualifica di amministratore (cfr. p. 4 citazione); il che fa presumere che fosse a conoscenza delle operazioni dalla stessa compiute sui suoi conti se non addirittura che avesse prestato il proprio consenso in via preventiva.

In ogni caso, il sig. Ma., che, giova evidenziare, svolge la professione di commercialista, e, quindi, era sicuramente a conoscenza delle dinamiche dei rapporti bancari, avrebbe dovuto senza dubbio accorgersi delle anomalie facendo uso dell'ordinaria diligenza.

Egli, infatti, tenuto anche conto della rilevanza (circa €. 3.500.000,00) e della frequenza dei movimenti (358 in due anni), avrebbe dovuto consultare con regolarità gli estratti conto inviatigli dalle Banche, documenti da cui sarebbe emersa immediatamente l'anomala gestione della Be..

Anche, poi, a voler ipotizzare che le comunicazioni periodiche non siano state effettivamente visionate dall’attore, era, come detto, comunque suo preciso onere prendere tempestiva e costante conoscenza degli estratti conto periodici inviatigli degli Istituti di credito.

Insomma, il comportamento assolutamente negligente dell'attore assume i connotati di una condotta colposa di efficacia tale da rompere il nesso eziologico fra la causa ed il danno ed idonea ad escludere ogni diritto al risarcimento del danno da parte delle Banche ma anche di Be. Gio. ai sensi dell'art. 1227 c.c.. Tale palese concorso di colpa, infatti, è senza dubbio idoneo ad escludere sia la responsabilità oggettiva della Banca ex art. 2049 c.c. sia quella della convenuta Berti, perché il comportamento omissivo del Ma. è stato l'unico elemento che ha, di fatto, provocato il danno lamentato ed incrementato i suoi effetti negativi (Trib. Brescia, 23 dicembre 2002).

La Suprema Corte, del resto, ha affermato a chiare lettere che la responsabilità oggettiva dell'intermediario deve essere esclusa ex art. 1227 c.c. ogni volta che si provi che vi sia stata "se non collusione, quantomeno acquiescenza del cliente alla violazione, da parte del promotore, delle regole di condotta su quest'ultimo gravanti" (Cass. Civ., 8229/06).

In conclusione, la domanda risarcitoria proposta dall’attore nei confronti di tutti i convenuti deve essere rigettata.

(omissis)

Così deciso in Forlì, nella camera di consiglio in data 4.03.2015

Il Giudice relatore, Dott.ssa Eleonora Ramacciotti

Il Presidente, Dott. Orazio Pescatore



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