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20 ottobre 2019

[16.03.2015] Trib. Forlì, Sentenza 16.03.2015, est. Ramacciotti

Trib. Forlì, Sentenza 3204/2008 del 16.03.2015, est. Ramacciotti

Fallimento – Poteri del curatore – Art. 35 r.d. 267/1942 modificato dal D.Lgs. n. 5/2006 – Applicabilità.

La sentenza dichiarativa di fallimento costituisce la cesura tra l’ambito applicativo della disciplina previgente e quella sopravvenuta con il D.Lgs. 9 gennaio 2006 n. 5, entrato in vigore il 16.07.2006; infatti tale sentenza, aprendo una nuova fase del procedimento concorsuale, comporta che, in via eccezionale rispetto al generale principio della irretroattività della nuova disciplina ex art. 11 disp.gen., la portata delle norme previgenti risulta circoscritta alla definizione dei ricorsi antecedenti al 16 luglio 2006, con cui era stata istaurata solo la fase prefallimentare. In tutti gli altri casi, come in quello di specie, essendo stato dichiarato il fallimento in data 01.08.2006 con sentenza immediatamente successiva al 16.07.2006, deve ritenersi applicabile alla fase istauratasi il novellato disposto della Legge Fallimentare.

Nel caso di specie si dovrà così rispettare il nuovo testo dell’art. 35 Legge Fallimentare, il quale istituisce, quale presupposto necessario per l’efficacia della transazione conclusa dal curatore fallimentare, l’autorizzazione del Comitato dei creditori.

Fallimento – Poteri del curatore Art. 35 r.d. 267/1942 – Presupposti – Autorizzazione Efficacia dell’atto di straordinaria amministrazione posto in essere dal curatore.

L’autorizzazione del Comitato dei creditori costituisce la legittimazione del curatore a disporre in nome dell’ufficio di cui è investito con effetti incidenti sulla sfera giuridica altrui ed è assimilabile ad un procura; pertanto il suo difetto pregiudica l’efficacia dell’atto di straordinaria amministrazione posto in essere dal curatore sia nei confronti dell’autorizzato, cioè il curatore stesso, sia nei confronti dell’autorizzante, cioè il Comitato dei creditori, sia nei confronti del terzo contraente. Nel caso di specie, è improduttivo di effetti il contratto preliminare di transazione stipulato dal Fallimento, difettando della richiesta di autorizzazione del Comitato dei creditori.

Risarcimento del danno – Recesso senza giusta causa Violazione della buona fede precontrattuale ex art. 1337 c.c. – Elementi.

La violazione del dovere precontrattuale di buona fede ex art. 1337 c.c. è ravvisabile nell’ipotesi di recesso senza giusta causa da trattative che siano ad uno stadio tale da ingenerare nell’altro contraente un legittimo affidamento circa la conclusione del contratto. Tale affidamento è ragionevole e giustificato quando sussistono elementi oggettivi, quali la capacità delle parti, la durata e lo stato della contrattazione e gli elementi essenziali del contratto da concludere, che facciano ritenere serie le trattative. Il recesso senza giusta causa, che integra l’ipotesi di violazione dell’art. 1337 c.c., si verifica quando non è determinato dalla modifica dell’altrui proposta negoziale, è dettato da malafede o è privo di ragionevole giustificazione.

R.G. 3204/2008

Me. Va. conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Forlì il Fallimento Im. D. s.r.l. esponendo che, in data 31.03.2004 aveva acquistato un terreno edificabile sito in Forlì, via [omissis], meglio identificato in ricorso; che, qualche tempo dopo, la confinante società Im. D. s.r.l., aveva eretto abusivamente un muro divisorio costituito da un diverso confine di fatto così occupando due particelle (le nn. 56 e 57) di proprietà del Me.; che, con sentenza in data 1.08.2006, la società Im. D. era stata dichiarata fallita; che, pertanto, il Me. aveva preso contatto con il curatore, Rag. A. D., per verificare la possibilità di addivenire ad una risoluzione transattiva, proponendo alla curatela due diverse ipotesi di accordo; che in data 11.05.2007, la curatrice fallimentare aveva depositato le proprie osservazioni, favorevoli ad una delle due proposte del Me. (consistente nella permuta delle porzioni di terreno acquisite dal fallimento con il subalterno n. 53 di proprietà del Fallimento); che il Giudice delegato si era pronunziato sull’istanza con provvedimento del 12.05.2007, con cui, esclusa l’altra ipotesi prospettata dall’attore, perché incompatibile con la procedura fallimentare, aveva approvato la proposta transazione mediante permuta, prevedendo che la stessa potesse avere luogo all’esito dell’accordo da sottoporre eventualmente al Collegio.

Affermava poi l’attore che avendo la curatela annunciato di essere stata autorizzata dal Collegio, con provvedimento del 23.01.2008, a concludere lo schema negoziale sopra descritto ed essendo avvenuta la designazione del notaio per la stipula del contratto definitivo, il contratto preliminare di permuta immobiliare doveva ritenersi vincolante per le parti; che, tuttavia, dalle visure fatte eseguire dal notaio, era emerso che sulla particella di proprietà del Fallimento e destinata al Me. gravavano trascrizioni di pignoramenti ed ipoteche; che, alla richiesta di chiarimenti in ordine alla possibilità di ottenere i beni promessi in permuta liberi da gravami, formulata da parte del Me. – il quale mai aveva dichiarato di non essere più interessato alla stipula del rogito il Fallimento, in data 30.06.2008 aveva comunicato che, in mancanza della stipula del definitivo entro 8 giorni, si sarebbe ritenuta nulla e priva di ogni effetto l’autorizzazione del Tribunale del 23.01.2008; che, in data 1.08.2008 il curatore aveva comunicato la volontà di non procedere alla permuta.

Domanda, dunque, il sig. Me. che sia pronunziata sentenza ai sensi dell’art.2932 c.c. che produca gli effetti del contratto non concluso; in subordine, chiede che sia accertato che la condotta del Fallimento Im. D. è stata contraria a buona fede nella fase precontrattuale, con conseguente condanna della procedura al risarcimento del danno.

Instauratosi ritualmente il contraddittorio, si costituiva il Fallimento Im. D., deducendo l’inesistenza di qualsivoglia contratto preliminare vincolante tra le parti; l’inammissibilità ex art. 52 L.F. di qualsiasi domanda di risarcimento danni contro il Fallimento; l’insussistenza di qualsivoglia violazione della buona fede precontrattuale da parte della curatela.

Concludeva pertanto per il rigetto di ogni domanda.

Va in primo luogo rilevato, che nel sistema delineato dagli artt. 52 e 95 L.F. (anche nel testo sostituito dagli artt. 21 e 49 del D. Lgs. N. 5/2006 con decorrenza 16 luglio 2006) una volta intervenuto il fallimento ogni diritto di credito vantato nei confronti della procedura fallimentare, ivi compresi i crediti prededucibili, deve essere dedotto, nel rispetto delle regole del concorso, con le forme dell’insinuazione al passivo.

Il richiamo a tale sistema, operato dalla difesa del Fallimento Im. D., non appare appropriato nel caso che qui interessa.

Invero si è in presenza di obbligazioni che, nella prospettazione attorea, sono state assunte dal Curatore mediante un atto di transazione successivo alla dichiarazione di fallimento, nell’ambito dei poteri di straordinaria ed ordinaria amministrazione conferitigli ai sensi dell’art. 35 R.D. 16/03/1942, n. 267.

Deve dunque considerarsi la fattispecie più propriamente sussumibile nell’ambito di quest’ultima norma, la quale recita: “Le riduzioni di crediti, le transazioni, i compromessi, le rinunzie alle liti, le ricognizioni di diritti di terzi, la cancellazione di ipoteche, la restituzione di pegni, lo svincolo delle cauzioni, l'accettazione di eredità e donazioni e gli atti di straordinaria amministrazione sono effettuate dal curatore, previa autorizzazione del comitato dei creditori. Nel richiedere l’autorizzazione del comitato dei creditori, il curatore formula le proprie conclusioni anche sulla convenienza della proposta. Se gli atti suddetti sono di valore superiore a cinquantamila euro e in ogni caso per le transazioni, il curatore ne informa previamente il giudice delegato, salvo che gli stessi siano già stati autorizzati dal medesimo ai sensi dell’ articolo 104 ter comma ottavo”.

Invero, il testo della disposizione appena richiamata è stato modificato con D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, entrato in vigore il 16 luglio 2006; nella precedente formulazione, tale disposizione non prevedeva la necessaria “autorizzazione” del comitato dei creditori, bensì un semplice parere, stabilendo poi che, ove gli atti suddetti fossero stati – come nella specie di valore indeterminato o superiore a euro 5 (lire diecimila), l'autorizzazione avrebbe dovuto essere data, su proposta del giudice delegato e sentito il comitato dei creditori, dal tribunale con decreto motivato non soggetto a gravame.

Ora, occorre verificare se il Fallimento convenuto sia soggetto alla disciplina sopravvenuta ovvero a quella previgente, essendo la sentenza dichiarativa del fallimento anzidetto stata pronunziata immediatamente dopo l’entrata in vigore della nuova disciplina (con sentenza in data 1.08.2006).

Sul punto si osserva che secondo l'orientamento ormai consolidato della giurisprudenza della Corte di legittimità (cfr. ex multis: n. 7471/08; n. 20551/09; n. 22111/10 e, da ultimo, Cass. civ. Sez. I, 25/09/2014, n. 20289) – “la disposizione sulla disciplina transitoria di cui all'art. 150 D.Lgs. citato (secondo la quale i ricorsi per dichiarazione di fallimento e le domande di concordato fallimentare depositate prima dell'entrata in vigore del Decreto delegato, nonchè le procedure di fallimento e di concordato fallimentare pendenti alla stessa data, sono definiti secondo la legge anteriore) deve essere interpretata restrittivamente in quanto norma eccezionale rispetto al principio generale della irretroattività della nuova disciplina di cui all'art. 11 disp. gen. nel senso di circoscrivere la residua portata delle norme previgenti alla sola definizione dei ricorsi (proposti prima del 16 luglio 2006) con cui era instaurata la fase prefallimentare, laddove la sentenza dichiarativa di fallimento, aprendo una nuova fase del procedimento concorsuale, deve rispettare (nel contenuto e nella forma) il novellato disposto della L. Fall., art. 16 e la sua impugnazione, introducendo un giudizio nuovo rispetto alla fase prefallimentare ormai definita, va proposta nella forma e secondo la disciplina riformata, quindi (nella specie) avvalendosi non più della opposizione dinanzi al tribunale, bensì dell'appello”.

Da tali principi, sebbene dettati in materia di appello avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, si evince che è quest’ultimo provvedimento a costituire la cesura tra l’ambito applicativo della disciplina previgente e quella sopravvenuta, entrata in vigore il 16.07.2006; onde, nel caso di specie, essendo il fallimento stato dichiarato con sentenza immediatamente successiva a tale data, ossia del 1.08.2006, deve, a parere di questo Giudicante, ritenersi applicabile alla fase così instauratasi il novellato art. 35 L.F. che sancisce quale necessario presupposto per l’efficacia della transazione conclusa dal curatore fallimentare, l’autorizzazione del Comitato dei creditori (così anche Trib. Roma Dec., 01/04/2009 secondo cui “deve essere autorizzata dal comitato dei creditori la transazione che il curatore intende stipulare, qualora si tratti di una procedura di fallimento dichiarata dopo il 16 luglio 2006, ancorché in accoglimento di ricorsi presentati anteriormente; la procedura, infatti, deve essere regolata dalla nuova legge, derivando la pendenza del fallimento dalla sentenza dichiarativa”).

Ciò posto, il vizio inficiante l'atto di straordinaria amministrazione posto in essere dal curatore in assenza dell'autorizzazione del comitato dei creditori, vale ad infirmarlo sul piano dell'efficacia, sul presupposto per cui l'autorizzazione concorre ad integrare la legittimazione stessa del curatore e segnatamente la legittimazione a disporre in nome dell'ufficio di cui è investito con effetti incidenti nell'altrui sfera giuridica, e, dunque, sul presupposto per cui l'autorizzazione è assimilabile ad una procura, deve ritenersi che il suo difetto, similmente al difetto di procura, pregiudichi l'efficacia dell'atto sia nei confronti dell'autorizzato, cioè del curatore, sia nei confronti dell'autorizzante, cioè del comitato dei creditori, (rectius della collettività dei creditori) sia nei confronti del terzo contraente.

Dai principi appena richiamati discende che, nel caso di specie, il contratto preliminare di transazione stipulato dal Fallimento Im. D. con il sig. Me., facendo difetto la richiesta autorizzazione del Comitato dei creditori, deve considerarsi improduttivo di effetti.

Ne consegue che la domanda proposta da Me. Va. deve essere rigettata.

Passando quindi all’esame della domanda promossa in via subordinata dall’attore, volta ad ottenere il risarcimento del danno per violazione della buona fede precontrattuale ex art.1337 c.c., devono condividersi le considerazione della difesa del Fallimento convenuto, secondo cui nella fattispecie non è configurabile una violazione della buona fede contrattuale.

Sul punto si osserva che la violazione del dovere precontrattuale di buona fede previsto dall’art. 1337 c.c. è tradizionalmente ravvisata dalla giurisprudenza nell'ipotesi del recesso senza giusta causa da trattative che siano giunte ad uno stadio tale da generare nell'altro contraente un legittimo affidamento circa la conclusione del contratto (C. 1051/2012; C. 11438/2004; C. 8723/2004; C. 1632/2000; C. 5830/1999; C. 430/1981; C. 5610/1980). In particolare, laffidamento in ordine alla conclusione del contratto è ragionevole e giustificato quando sussistano elementi oggettivi che facciano ritenere serie le trattative, per capacità delle parti, durata e stato della contrattazione e per la considerazione degli elementi essenziali del contratto da concludere, mentre il recesso è privo di giusta causa quando non sia determinato dalla modifica dell'altrui proposta negoziale o avvenga in malafede (C. 7768/2007; C. 5920/1985) o sia comunque privo di ragionevole giustificazione (C. 12147/2002; C. 6629/1986).

Nel caso che qui interessa, può senza dubbio affermarsi che il recesso dalle trattative da parte del curatore sia giustificato dalla pretesa dell’attore di inserire nella transazione una ulteriore clausola rispetto al testo definitivo, peraltro già approvato dal Collegio (sulla scorta dell’art. 35 L.F., nel testo previgente).

Tanto basti per escludere la configurabilità di una responsabilità ai sensi dell’invocato art. 1337 c.c., onde la relativa domanda va disattesa.

Parte convenuta ha chiesto, in memoria di replica, la cancellazione di frasi ritenute offensive contenute negli atti difensivi dell’attore. In tema, la giurisprudenza è assolutamente univoca nel configurare violazione dell'art. 89 c.p.c. tutte le volte che le locuzioni adoperate non riguardino o travalichino le esigenze difensive di un determinato processo, avuto riguardo all'oggetto di esso, si da additare un intento dello scrivente meramente offensivo: "A norma dell'art. 89 c.p.c. l'offesa all'onore e al decoro comporta, indipendentemente dalla possibilità o meno della cancellazione delle frasi offensive contenute negli atti difensivi, l'obbligo del risarcimento del danno non solo nell'ipotesi in cui le espressioni offensive non abbiano alcuna relazione con l'esercizio della difesa, ma anche nell'ipotesi che esse presentino come eccedenti le esigenze difensive; l'apprezzamento dell'avvenuto superamento dei limiti di correttezza e civile convivenza entro cui va contenuta l'esplicazione della difesa integra, peraltro, esercizio di un potere discrezionale del giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità, se congruamente motivato" (Cass. 22 febbraio 1992, n. 2188: conf. ex plurimis, Cons. Stato 6 maggio 2002 n. 2385).

Ritiene questo giudicante che non sussistano i presupposti del citalo articolo in quanto le espressioni utilizzate dall’attore, ancorché forti, non sembrano dettate da intenti offensivi, ma meramente difensivi. Ed invero né il tenore letterale delle parole usate, né il senso logico delle stesse contengono infatti alcuna affermazione di disonestà della controparte, potendo le parole in questione essere lette, soprattutto se poste in relazione con il contenzioso pendente tra le parti, solo come espressione della critica mossa alla decisione assunta dalle controparti di non portare a compimento gli accordi raggiunti.

Le spese di lite seguono la soccombenza.

(omissis)

Così deciso in Forlì il 16.03.2015

Il Giudice

Dott.ssa Eleonora Ramacciotti


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