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20 ottobre 2019

[21.12.2015] Tribunale di Forlì, ord. 21/12/2015 , pres. Pescatore, est. Vacca

Reclamo avverso provvedimento con cui si nega il sequestro conservativo – rigetto insussistenza del fumus boni iuris e del periculum in mora – gli accordi di natura politica con cui vengono riconosciuto crediti tra uno Stato e il ceto dei creditori patrocinato dall’altro Stato, non valgono come riconoscimento del debito giuridicamente rilevante ex art. 1988 CC
La concessione del provvedimento cautelare del sequestro conservativo è subordinata alla contemporanea e imprescindibile sussistenza dei due requisiti del fumus boni iuris, inteso come situazione che consenta di ritenere probabile l’esistenza e la fondatezza della pretesa creditoria vantata, e del periculum in mora, inteso come fondato timore di perdere le garanzie del proprio credito.
Mere lettere di carico e fatture emesse nei confronti di soggetti diversi dal debitore convenuto non costituiscono documentazione idonea a comprovare il fumus della pretesa creditoria, stante anche l’assenza di qualsiasi contratto dal quale desumere i termini degli accordi contrattuali, né da impegni programmatici con valenza meramente politica può essere inferito alcun tipo di riconoscimento giuridicamente vincolante (promessa di pagamento/ricognizione di debito) per lo Stato libico.
Il pericolo può essere desunto sia da elementi obiettivi, concernenti la consistenza quantitativa e qualitativa del patrimonio del debitore in rapporto all’entità del credito, sia da elementi di natura soggettiva, evincibili dal comportamento, processuale o extraprocessuale, del debitore, che rendano verosimile che, per sottrarsi all’adempimento, ponga in essere atti dispositivi, idonei a provocare l’eventuale depauperamento del suo patrimonio ed esprimano l’intenzione di sottrarsi all’adempimento dei suoi obblighi, così da ingenerare nel creditore il ragionevole dubbio che la sua pretesa possa rimanere soddisfatta.
Pur essendo certamente ingente la pretesa creditoria vantata, la capacità patrimoniale dello Stato libico è certamente sufficiente a far fronte al credito azionato. Inoltre la circostanza (allegata ma non documentata) che altre aziende abbiano avviato o stiano avviando azioni simili a tutela dei propri crediti, non può essere sufficiente per integrare il pericolo di perdere la garanzia del proprio credito, anche tenuto conto del lungo lasso di tempo lasciato decorrere prima di agire giudizialmente, incompatibile con l’esistenza di ragioni d’urgenza, in assenza di elementi nuovi rispetto al tollerato inadempimento dello Stato libico durato per molti anni; per altro non è stato dedotto alcun elemento per affermare che il governo libico abbia posto in essere atti dispositivi o distrattivi del proprio patrimonio, al fine di sottrarsi al pagamento degli asseriti crediti.
ORDINANZA
La società [M..] – succeduta alla società [A..], nella quale la società [B..] aveva conferito il proprio complesso aziendale – ha proposto reclamo avverso il provvedimento
del giudice monocratico di questo Tribunale emesso in data 26.10.2015, con il quale è stato negato il sequestro conservativo dalla stessa richiesto, fino alla concorrenza di € 25.000.000,00, a tutela delle ragioni creditorie vantate nei confronti dello Stato della Libia per ritenuta insussistenza sia del fumus boni iuris che del periculum in mora.
Nella prima fase cautelare, l’odierna reclamante aveva premesso che nel corso degli anni ’80 e ‘90 aveva eseguito numerose forniture di materie prime ad uso zootecnico, alimenti per animali e cereali in favore di autorità statali libiche – solo in parte pagate anche da parte di organi diversi da quelli in favore dei quali erano state eseguite le forniture – maturando un ingente credito di oltre 14 milioni di euro. Ha infatti spiegato la reclamante che nel corso degli anni ’80 l’allora governo libico aveva bloccato tutti i pagamenti in favore delle imprese italiane a causa di un contenzioso insorto per il risarcimento di pretesi danni di guerra, risolto solo nel 1998 con il comunicato congiunto sottoscritto il 4.7.1998, a seguito del quale erano ripresi i rapporti diplomatici e nell’ottobre 2002, i rispettivi governi avevano siglato un accordo relativo ai c.d. “crediti storici” delle aziende italiane nei confronti di enti libici, con il quale la Libia si era impegnata formalmente a pagare entro il 31.3.2003 tutti i debiti contratti nei confronti di imprese italiane, incaricando la società mista italo libica e la Banca Araba Italiana di accertare contenuto, natura, origine e ammontare di tali crediti. La [M..] ha ulteriormente riferito che, quanto alla propria posizione, era stato accertato un credito di 486.880,17 dinari libici nei confronti del Segretariato dell’Agricoltura di Tripoli, di 3.160.880 franchi svizzeri e 136.300 dollari americani nei confronti del Segretariato per il patrimonio Zootecnico e di 11.190.459,82 dollari americani e 4.160 marchi tedeschi nei confronti della National Flour Mils Co., oltre interessi nella misura del 4%, come riscontrabile dalla documentazione acquisita presso il Ministero degli Esteri e come riscontrato anche nel verbale relativo alla riunione del Comitato Misto dei crediti italo libici del 18 20.2.2003 (posizione n. 20 per un credito, classificato c1, vale a dire comprovato da documentazione completa e non contestata, di € 14.463.334,00). Stante il mancato rispetto degli accordi da parte della Libia e il protratto inadempimento, ha riferito la [M..] che, nel giugno 2013, si era tenuto un nuovo incontro tra la delegazioni italiana e libica e le associazioni italiane rappresentative dei maggiori creditori, nel corso del quale la delegazione libica aveva riconosciuto l’esistenza dei debiti come risultanti dalla lista
allegata al verbale di tale incontro (lista già allegata al verbale del precedente incontro del 20.2.2003) ed aveva promesso il pagamento degli stessi da parte del Governo Libico e/o della Banca Centrale Libica nella misura del 100%, del 25% e del 100% dell’ammontare nominale a seconda che fossero indicati nelle categorie dei crediti A, B o C, oltre ad un proporzionale indennizzo nella misura di € 233.824.899,00. Su tali basi, non essendo andata a buon fine la procedura di rimborso, la [M..] ha agito per richiedere, in attesa dell’instaurazione del giudizio di merito e ritenendo incontestato e riconosciuto il proprio credito di € 14.463.334,00, un provvedimento di sequestro conservativo fino alla concorrenza di € 25.000.000,00, evidenziando che dopo la caduta di Gheddafi ed un breve periodo di governo da parte del neoeletto Congresso Nazionale Generale, conclusosi con le dimissioni di Ali Zeidan nel marzo 2014, la Libia era piombata in uno stato di profonda crisi politico istituzionale e di vera e propria guerra civile tra opposte fazioni, tale da rendere fondato il timore di perdere la garanzia di tale credito.
Costituitosi ritualmente il contraddittorio con lo Stato della Libia, che ha sollevato diverse eccezioni preliminari e si è opposta all’accoglimento del sequestro, l’adito tribunale di Forlì in composizione monocratica ha respinto il ricorso per sequestro conservativo, pur ritenendo sussistente sia la giurisdizione italiana, che la propria competenza.
Con il presente reclamo la [M..] ha chiesto la riforma del provvedimento di rigetto, contestando sia la affermata insussistenza del fumus boni iuris ed in particolare l’inefficacia probatoria della documentazione prodotta contenente riconoscimento del credito, sia l’assenza del periculum in mora.
Lo Stato della Libia in persona del Responsabile della Sezione Consolare dell’Ambasciata libica in Italia si è ritualmente costituito anche nella presente fase chiedendo il rigetto del reclamo e la conferma del provvedimento impugnato.
Va innanzitutto precisato che in sede di reclamo il resistente Stato della Libia non ha reiterato le eccezioni di difetto di giurisdizione e di competenza che erano state sollevate nella prima fase e disattese dal giudice di primo grado, omettendo qualsiasi censura su tali questioni del provvedimento emesso.
Non sono pertanto oggetto del presente reclamo le suddette eccezioni, in relazione alle quali sono peraltro pienamente condivisibili le argomentazioni del primo giudice che vanno quindi confermate.
Ciò premesso si osserva che il reclamo proposto dalla [M..] non può trovare accoglimento.
Si ritiene opportuno ricordare che la concessione del provvedimento cautelare del sequestro conservativo è subordinata alla contemporanea e imprescindibile sussistenza dei due requisiti del fumus boni iuris, inteso come situazione che consenta di ritenere probabile l’esistenza e la fondatezza della pretesa creditoria vantata, e del periculum in mora, inteso come fondato timore di perdere le garanzie del proprio credito (Cass. 8.9.97, n. 8729).
Nel caso in esame, ritiene il Collegio che non siano sussistenti né il fumus boni iuris né, soprattutto, il periculum in mora.
Iniziando dalla questione del fumus boni iuris si osserva in primo luogo che la nuova documentazione prodotta dalla [M..] in sede di reclamo (docc. 55 e 56) non è in alcun modo sufficiente a comprovare l’esistenza del credito, trattandosi di mere lettere di carico e fatture emesse nei confronti di soggetti diversi dallo Stato della Libia (National Flour Mills Company di Bengasi, Segretariato della Salute Animale – Dipartimento di Produzione Animale), dai quali non è possibile inferire l’esistenza e consistenza del credito vantato, stante anche l’assenza di qualsiasi contratto dal quale desumere i termini degli accordi contrattuali.
Con riguardo invece alle pretese ricognizioni di debito/promesse di pagamento costituite dal “Meeting Summary” del 5 7.6.2013 (doc. 14) e del processo verbale di riunione del 18 20.2.2003 (doc. 4 e 5), vanno fatte le seguenti considerazioni.
Il processo verbale sottoscritto il 20.2.2003, con riguardo al preteso credito vantato dalla [M..], non contiene alcun tipo di riconoscimento giuridicamente vincolante per lo Stato libico. In tale verbale, in ottemperanza agli accordi siglati il 28.10.2002 tra governo italiano e libico, si legge – per quanto qui interessa – che la delegazione italiana e libica si sono incontrate per approfondire lo stato di attuazione in materia dei rispettivi crediti insoluti, all’esito dei rapporti predisposti dall’ALI e dall’UBAE che hanno classificato tre tipologie di crediti quelli sub. a) assistiti da sentenza di tribunale o lodo arbitrale per i
quali potevano essere avviate le procedure di pagamento; quelli sub. b) relativi a crediti i cui importi erano stati depositati presso la Banca Centrale Libica o banche commerciali libiche o il Segretariato delle Finance per i quali il pagamento sarebbe stato avviato previa verifica di eventuali discrepanze tra importi depositati e importi indicati nell’allegato 5; quelli sub. c.1) e c.2) relativi a crediti per i quali la documentazione era rispettivamente completa ed incompleta, per i quali rappresentanti del Ministero del Tesoro, della Banca Centrale e dell’ALI (o nel secondo caso della sola ALI), si sarebbero dovuti recare a Roma per esaminare i relativi fascicoli e concludere le relative verifiche. Si legge inoltre nel verbale che, per quanto riguardava i debiti delle imprese italiane verso le istituzioni fiscali, doganali e previdenziali libiche, le eventuali pendenze sarebbero state regolate con compensazione tra debiti e crediti ovvero con impegno a trasferire alle società interessate la documentazione comprovante i debiti con impegno delle autorità italiane ad adoperarsi per il pagamento.
Rientrando il credito della [M..] nell’ipotesi sub c.1), come emerge dall’allegato 5 (posizione n. 20), da tale verbale può unicamente affermarsi che le delegazioni italiana e libica avevano ritenuto completa la documentazione prodotta, senza tuttavia potersi parlare di riconoscimento dell’esistenza del credito, essendo espressamente previsto che rappresentanti del Ministero del Tesoro, della Banca Centrale e dell’ALI, dopo la firma di tale verbale, si sarebbero dovuti recare a Roma per esaminare i relativi fascicoli e concludere le relative verifiche. Tale processo verbale di riunione è pertanto un solo impegno programmatico con valenza politica, da ratificare con successivo atto che non consta esservi stato.
Quanto al doc. 3 denominato “scheda n. 20”, si rileva che tale documento, come correttamente evidenziato dal primo giudice, risulta privo di qualsiasi sottoscrizione e di indicazione circa la provenienza e non può certamente essere utilizzato per provare il riconoscimento del credito da parte dello Stato della Libia.
Per quanto riguarda il secondo documento (Meeting Summary del 5 7.6.2013), pur essendo vero che la sua redazione in lingua inglese senza traduzione in italiano non poteva giustificarne l’omesso esame (dovendo il giudice far ricorso alle sue conoscenze personali ovvero ordinarne la traduzione), osserva il Collegio che lo stesso non può
essere interpretato come una promessa di pagamento vincolante per il governo libico come invece sostenuto dalla reclamante.
Tale documento costituisce il resoconto dell’incontro tra le delegazioni italiana e libica e le associazioni rappresentanti la maggior parte delle imprese creditrici, svoltosi a Roma il 5 e 6 giugno 2013, in merito alla questione dei c.d. “crediti storici” delle imprese italiane nei confronti di enti libici. In tale documento, la delegazione libica conferma la disponibilità dell’offerta una tantum della somma di € 233.824.899,00 – offerta definita definitiva, non ulteriormente modificabile e diretta a sistemare ogni possibile questione relativa alle tasse libiche o materie incluse nell’allegato 3 del processo verbale del 20.2.2003 – destinata a soddisfare i “crediti storici” reclamati dalle imprese italiane e nello specifico dei creditori indicati nella lista di cui all’appendice S allegata al processo verbale del 20.2.2003, non indirizzata e non rimborsabile nei confronti dei crediti dei creditori relativi alle imprese elencate nel comunicato del governi libico tradotto nel febbraio 2009 riguardante crediti sistemati direttamente dal governi libico e che crediti saldati in tutto o in parte da SACE, del credito n. 82 relativo ad Armamenti e Aerospazio in quanto trattato separatamente e, a scanso di dubbi, di qualsiasi altro credito non indicato nella lista creditori o insorto dopo il febbraio 2003.
Nel medesimo documento si afferma inoltre che la somma una tantum – al netto di qualsiasi tassa, imposta od onere e non soggetta a tasse, imposte dirette o indirette da parte della Libia – era già disponibile in un conto della Central Bank of Libya (CBL) e la delegazioni libica concordava di sottoscrivere entro il 18.6.2013 un contratto di deposito per stabilire le procedure di pagamento. Prosegue il documento affermando che la C.B.L., entro i 10 giorni dall’esecuzione del contratto di deposito, avrebbe trasferito la somma indicata in un contratto di deposito da aprire a nome del Governo libico/CBL in uno Stato membro dell’EU presso la banca UBAE S.p.A. che avrebbe provveduto a liquidare i pagamenti in base agli importi dovuti a ciascun creditore sulla base delle istruzioni date dalla CBL ai sensi del contratto di deposito regolante il conto vincolato che sarebbe rimasto operativo per un anno di calendario (12 mesi) dalla data di ricevimento del primo pagamento. Al termine di tale periodo UBAE avrebbe riaccreditato alla CBL le somme rimaste, corrispondenti ai crediti dei creditori che non avessero accettato l’accordo (… omissis…).
Sebbene a tale accordo possa essere certamente riconosciuto il valore politico di un impegno al pagamento della somma una tantum ivi indicata ad estinzione totale dei crediti elencati nella lista allegata al medesimo verbale, non è tuttavia configurabile una promessa di pagamento giuridicamente vincolante per lo Stato libico nei confronti dei singoli creditori. Si osserva a tale riguardo che nell’incipit del verbale, non vi è alcun riferimento da parte delle due delegazioni – e per quanto qui interessa da parte della delegazione libica – al potere rappresentativo ed impegnativo dello Stato Libico da parte della suddetta delegazione. A capo della delegazione libica, vi era infatti tale Mraja Gheit Sulaiman, qualificatosi come vice ministro delle Finanze e come tale chiaramente privo del potere di impegnare e vincolare giuridicamente il governo libico, in difetto di una specifica delega, essendo notorio che per il diritto internazionale tale potere sussiste solo per i Capi di Stato e di Governo, i Ministri degli Esteri ed i soggetti espressamente delegati.
Nella circolare del 14.7.2012 del Governo libico (prodotta dalla resistente), anteriore al documento in questione, vengono indicate le procedure da adottare perché i ministri o altri organi statali possano impegnare il governo, con verbali di riunioni, note di accordi o convenzioni con soggetti terzi stranieri. Tali procedure prevedono la necessità di coordinamento di tutte le iniziative e del testo degli accordi con il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale ed il successivo invio dei documenti firmati per poterli autenticare e conservare.
Il Meeting Summary del 5 7.6.2013 risulta carente di tali requisiti ed essendo sottoscritto dal solo vice ministro delle Finanze in assenza di specifica delega o autorizzazione, non può ritenersi giuridicamente vincolante nei confronti del governo libico né può essere qualificato come una promessa di pagamento ai sensi dell’art. 1988 c.c., trattandosi peraltro di documento neppure diretto ai singoli creditori.
A tale documento va dunque riconosciuta la valenza politica di un accordo raggiunto tra le delegazioni dei due Paesi da ratificare poi in un successivo atto giuridicamente vincolante. D’altra parte, dallo stesso tenore del documento emerge la necessità della successiva sottoscrizione di un accordo per la costituzione del deposito vincolato per regolare i pagamenti che non risulta essere mai avvenuto.
Dovendo quindi escludersi l’opponibilità e vincolatività di tale Meeting Summary del 5 7.6.2013 allo Stato della Libia, non è possibile affermare la sussistenza del fumus boni iuris della pretesa creditoria fondata su tale atto.
Né in ambito di diritto internazionale può essere invocata la teoria dell’apparenza di diritto e dell’affidamento del terzo ingenerato dal falsus procurator (che peraltro produce solo effetti risarcitori in capo al falsus rappresentante e non determina certo la conclusione di un accordo vincolante per il falsus rappresentato).
In ogni caso, quand’anche si volesse ritenere esistente sulla base della documentazione prodotta il fumus della pretesa creditoria, sarebbe pregiudiziale l’assenza del secondo imprescindibile presupposto del periculum in mora, tipizzato dal legislatore nel fondato timore di perdere la garanzia del credito.
Si osserva a tal proposito che il pericolo può essere desunto, anche alternativamente, sia da elementi obbiettivi, concernenti la capacità patrimoniale del debitore in rapporto all’entità del credito, vale a dire la consistenza quantitativa e qualitativa del suo patrimonio, sia da elementi di natura soggettiva, evincibili dal comportamento, processuale o extraprocessuale, del debitore che rendano verosimile che, per sottrarsi all’adempimento, ponga in essere atti dispositivi, idonei a provocare l’eventuale depauperamento del suo patrimonio ed esprimano l’intenzione di sottrarsi all’adempimento dei suoi obblighi, così da ingenerare nel creditore il ragionevole dubbio che la sua pretesa possa rimanere soddisfatta (Cass. 13.2.2002, n 2081; Cass. 17.6.1998, n. 6042; Cass. 17.7.1996, n. 6460; Cass. 9.2.1990 n. 902).
Nella situazione in esame tali requisiti non ricorrono.
Pur essendo certamente ingente la pretesa creditoria vantata dalla società [M..], la
capacità patrimoniale dello Stato libico (non potendo farsi riferimento ai soli beni mobili o immobili presenti in Italia) è certamente sufficiente a far fronte ad un tale credito. Non è infatti possibile dubitare del fatto che, seppur in parte erose da mesi di aspri e sanguinosi conflitti interni, le finanze e i possedimenti libici siano enormemente superiori a tale credito (è noto che la Libia sia uno dei maggior produttori di petrolio, proprietaria di vasti giacimenti petroliferi e di ingenti riserve valutarie e finanziarie). D’altra parte, a fine dicembre 2015, le opposte fazioni libiche, risultano aver raggiunto un accordo per la costituzione di un governo di unità nazionale sotto l’egida dell’Onu, così ponendo una tregua ai cruenti conflitti interni.
La circostanza (allegata ma non documentata) che altre aziende, come la [M..], abbiano avviato o stiano avviando azioni simili a tutela dei propri crediti, non può essere sufficiente per integrare il pericolo di perdere la garanzia del proprio credito, anche tenuto conto del lungo lasso di tempo lasciato decorrere prima di agire giudizialmente, incompatibile con l’esistenza di ragioni d’urgenza, in assenza di elementi nuovi rispetto al tollerato inadempimento dello Stato libico durato per molti anni.
Non vi è dunque alcun concreto e reale pericolo che la società [M..] possa perdere la garanzia del proprio credito nel tempo occorrente per tutelarlo agendo secondo le vie ordinarie.
Da ultimo si osserva che non è stato dedotto alcun elemento per affermare che il governo libico abbia posto in essere atti dispositivi o distrattivi del proprio patrimonio, al fine di sottrarsi al pagamento degli asseriti crediti.
L’unica vicenda invocata, quella del trasferimento delle azioni Unicredit dalla L.I.A. (Libyan Investment Authority) alla Arab Banking Corporation, controllata dalla C.B.L., è piuttosto risalente nel tempo e non ha alcuna attinenza con i fatti per cui è causa, essendo addirittura precedente all’invocato accordo del giugno 2013.
Inoltre, contrariamente a quanto dedotto dalla reclamante, la L.I.A., così come la C.B.L., ancorché controllati dal governo libico, sono soggetti giuridici distinti dallo Stato libico, dotati di autonoma personalità giuridica, della cui legittimità non è in questa sede dato sindacare.
In assenza dei relativi proposto, il sequestro conservativo richiesto dalla società [M..] non può essere concesso, con conseguente rigetto del reclamo.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo in base alla tabella relativa ai procedimenti cautelari, scaglione fino a € 32.000.000,00.
Deve infine darsi atto della sussistenza dei presupposti per l’applicazione del disposto dell’art. 13, comma 1 quater d.p.r. 115/2002, essendo stata l’impugnazione proposta (tale essendo il reclamo) integralmente respinta.
P.Q.M.
[omissis]
Così deciso a Forlì nella camera di consiglio del 21/12/2015
Il Presidente
Dr. Orazio Pescatore
Il Giudice rel. ed estensore
Dr.ssa Barbara Vacca

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