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20 ottobre 2019

[21.12.2015] Tribunale di Forlì, ord. 21/12/2015 , pres. Pescatore, est. Vacca

La concessione del provvedimento cautelare del
sequestro conservativo è subordinata alla contemporanea e imprescindibile
sussistenza dei due requisiti del fumus boni iuris, inteso come situazione che
consenta di ritenere probabile l’esistenza e la fondatezza della pretesa
creditoria vantata, e del periculum in mora, inteso come fondato timore di
perdere le garanzie del proprio credito. Mere lettere di carico e fatture
emesse nei confronti di soggetti diversi dal debitore convenuto non
costituiscono documentazione idonea a comprovare il fumus della pretesa
creditoria, stante anche l’assenza di qualsiasi contratto dal quale desumere i
termini degli accordi contrattuali, né da impegni programmatici con valenza
meramente politica può essere inferito alcun tipo di riconoscimento
giuridicamente vincolante (promessa di pagamento/ricognizione di debito) per lo
Stato libico. Il pericolo può essere desunto sia da elementi obiettivi,
concernenti la consistenza quantitativa e qualitativa del patrimonio del
debitore in rapporto all’entità del credito, sia da elementi di natura
soggettiva, evincibili dal comportamento, processuale o extraprocessuale, del
debitore, che rendano verosimile che, per sottrarsi all’adempimento, ponga in
essere atti dispositivi, idonei a provocare l’eventuale depauperamento del suo
patrimonio ed esprimano l’intenzione di sottrarsi all’adempimento dei suoi
obblighi, così da ingenerare nel creditore il ragionevole dubbio che la sua
pretesa possa rimanere soddisfatta. Pur essendo certamente ingente la pretesa
creditoria vantata, la capacità patrimoniale dello Stato libico è certamente
sufficiente a far fronte al credito azionato. Inoltre la circostanza (allegata
ma non documentata) che altre aziende abbiano avviato o stiano avviando azioni
simili a tutela dei propri crediti, non può essere sufficiente per integrare il
pericolo di perdere la garanzia del proprio credito, anche tenuto conto del
lungo lasso di tempo lasciato decorrere prima di agire giudizialmente,
incompatibile con l’esistenza di ragioni d’urgenza, in assenza di elementi
nuovi rispetto al tollerato inadempimento dello Stato libico durato per molti
anni; per altro non è stato dedotto alcun elemento per affermare che il governo
libico abbia posto in essere atti dispositivi o distrattivi del proprio
patrimonio, al fine di sottrarsi al pagamento degli asseriti crediti.



ORDINANZA



 La società [M..] – succeduta alla società
[A..], nella quale la società [B..] aveva conferito il proprio complesso
aziendale – ha proposto reclamo avverso il provvedimento del giudice
monocratico di questo Tribunale emesso in data 26.10.2015, con il quale è stato
negato il sequestro conservativo dalla stessa richiesto, fino alla concorrenza
di € 25.000.000,00, a tutela delle ragioni creditorie vantate nei confronti
dello Stato della Libia per ritenuta insussistenza sia del fumus boni iuris che
del periculum in mora. Nella prima fase cautelare, l’odierna reclamante aveva
premesso che nel corso degli anni ’80 e ‘90 aveva eseguito numerose forniture
di materie prime ad uso zootecnico, alimenti per animali e cereali in favore di
autorità statali libiche – solo in parte pagate anche da parte di organi
diversi da quelli in favore dei quali erano state eseguite le forniture –
maturando un ingente credito di oltre 14 milioni di euro. Ha infatti spiegato
la reclamante che nel corso degli anni ’80 l’allora governo libico aveva
bloccato tutti i pagamenti in favore delle imprese italiane a causa di un
contenzioso insorto per il risarcimento di pretesi danni di guerra, risolto
solo nel 1998 con il comunicato congiunto sottoscritto il 4.7.1998, a seguito
del quale erano ripresi i rapporti diplomatici e nell’ottobre 2002, i
rispettivi governi avevano siglato un accordo relativo ai c.d. “crediti
storici” delle aziende italiane nei confronti di enti libici, con il quale la
Libia si era impegnata formalmente a pagare entro il 31.3.2003 tutti i debiti
contratti nei confronti di imprese italiane, incaricando la società mista
italo libica e la Banca Araba Italiana di accertare contenuto, natura, origine
e ammontare di tali crediti. La [M..] ha ulteriormente riferito che, quanto
alla propria posizione, era stato accertato un credito di 486.880,17 dinari
libici nei confronti del Segretariato dell’Agricoltura di Tripoli, di 3.160.880
franchi svizzeri e 136.300 dollari americani nei confronti del Segretariato per
il patrimonio Zootecnico e di 11.190.459,82 dollari americani e 4.160 marchi
tedeschi nei confronti della National Flour Mils Co., oltre interessi nella
misura del 4%, come riscontrabile dalla documentazione acquisita presso il
Ministero degli Esteri e come riscontrato anche nel verbale relativo alla
riunione del Comitato Misto dei crediti italo libici del 18 20.2.2003
(posizione n. 20 per un credito, classificato c1, vale a dire comprovato da
documentazione completa e non contestata, di € 14.463.334,00). Stante il mancato
rispetto degli accordi da parte della Libia e il protratto inadempimento, ha
riferito la [M..] che, nel giugno 2013, si era tenuto un nuovo incontro tra la
delegazioni italiana e libica e le associazioni italiane rappresentative dei
maggiori creditori, nel corso del quale la delegazione libica aveva
riconosciuto l’esistenza dei debiti come risultanti dalla lista allegata al
verbale di tale incontro (lista già allegata al verbale del precedente incontro
del 20.2.2003) ed aveva promesso il pagamento degli stessi da parte del Governo
Libico e/o della Banca Centrale Libica nella misura del 100%, del 25% e del
100% dell’ammontare nominale a seconda che fossero indicati nelle categorie dei
crediti A, B o C, oltre ad un proporzionale indennizzo nella misura di € 233.824.899,00.
Su tali basi, non essendo andata a buon fine la procedura di rimborso, la [M..]
ha agito per richiedere, in attesa dell’instaurazione del giudizio di merito e
ritenendo incontestato e riconosciuto il proprio credito di € 14.463.334,00, un
provvedimento di sequestro conservativo fino alla concorrenza di €
25.000.000,00, evidenziando che dopo la caduta di Gheddafi ed un breve periodo
di governo da parte del neoeletto Congresso Nazionale Generale, conclusosi con
le dimissioni di Ali Zeidan nel marzo 2014, la Libia era piombata in uno stato
di profonda crisi politico istituzionale e di vera e propria guerra civile tra
opposte fazioni, tale da rendere fondato il timore di perdere la garanzia di
tale credito. Costituitosi ritualmente il contraddittorio con lo Stato della
Libia, che ha sollevato diverse eccezioni preliminari e si è opposta
all’accoglimento del sequestro, l’adito tribunale di Forlì in composizione
monocratica ha respinto il ricorso per sequestro conservativo, pur ritenendo
sussistente sia la giurisdizione italiana, che la propria competenza. Con il
presente reclamo la [M..] ha chiesto la riforma del provvedimento di rigetto,
contestando sia la affermata insussistenza del fumus boni iuris ed in
particolare l’inefficacia probatoria della documentazione prodotta contenente
riconoscimento del credito, sia l’assenza del periculum in mora. Lo Stato della
Libia in persona del Responsabile della Sezione Consolare dell’Ambasciata
libica in Italia si è ritualmente costituito anche nella presente fase
chiedendo il rigetto del reclamo e la conferma del provvedimento impugnato. Va
innanzitutto precisato che in sede di reclamo il resistente Stato della Libia
non ha reiterato le eccezioni di difetto di giurisdizione e di competenza che
erano state sollevate nella prima fase e disattese dal giudice di primo grado,
omettendo qualsiasi censura su tali questioni del provvedimento emesso. Non
sono pertanto oggetto del presente reclamo le suddette eccezioni, in relazione
alle quali sono peraltro pienamente condivisibili le argomentazioni del primo
giudice che vanno quindi confermate. Ciò premesso si osserva che il reclamo
proposto dalla [M..] non può trovare accoglimento. Si ritiene opportuno
ricordare che la concessione del provvedimento cautelare del sequestro
conservativo è subordinata alla contemporanea e imprescindibile sussistenza dei
due requisiti del fumus boni iuris, inteso come situazione che consenta di
ritenere probabile l’esistenza e la fondatezza della pretesa creditoria
vantata, e del periculum in mora, inteso come fondato timore di perdere le
garanzie del proprio credito (Cass. 8.9.97, n. 8729). Nel caso in esame,
ritiene il Collegio che non siano sussistenti né il fumus boni iuris né,
soprattutto, il periculum in mora. Iniziando dalla questione del fumus boni
iuris si osserva in primo luogo che la nuova documentazione prodotta dalla
[M..] in sede di reclamo (docc. 55 e 56) non è in alcun modo sufficiente a
comprovare l’esistenza del credito, trattandosi di mere lettere di carico e
fatture emesse nei confronti di soggetti diversi dallo Stato della Libia
(National Flour Mills Company di Bengasi, Segretariato della Salute Animale –
Dipartimento di Produzione Animale), dai quali non è possibile inferire
l’esistenza e consistenza del credito vantato, stante anche l’assenza di
qualsiasi contratto dal quale desumere i termini degli accordi contrattuali.
Con riguardo invece alle pretese ricognizioni di debito/promesse di pagamento
costituite dal “Meeting Summary” del 5 7.6.2013 (doc. 14) e del processo verbale
di riunione del 18 20.2.2003 (doc. 4 e 5), vanno fatte le seguenti
considerazioni. Il processo verbale sottoscritto il 20.2.2003, con riguardo al
preteso credito vantato dalla [M..], non contiene alcun tipo di riconoscimento
giuridicamente vincolante per lo Stato libico. In tale verbale, in ottemperanza
agli accordi siglati il 28.10.2002 tra governo italiano e libico, si legge –
per quanto qui interessa – che la delegazione italiana e libica si sono
incontrate per approfondire lo stato di attuazione in materia dei rispettivi
crediti insoluti, all’esito dei rapporti predisposti dall’ALI e dall’UBAE che
hanno classificato tre tipologie di crediti quelli sub. a) assistiti da
sentenza di tribunale o lodo arbitrale per i quali potevano essere avviate le
procedure di pagamento; quelli sub. b) relativi a crediti i cui importi erano
stati depositati presso la Banca Centrale Libica o banche commerciali libiche o
il Segretariato delle Finance per i quali il pagamento sarebbe stato avviato
previa verifica di eventuali discrepanze tra importi depositati e importi
indicati nell’allegato 5; quelli sub. c.1) e c.2) relativi a crediti per i
quali la documentazione era rispettivamente completa ed incompleta, per i quali
rappresentanti del Ministero del Tesoro, della Banca Centrale e dell’ALI (o nel
secondo caso della sola ALI), si sarebbero dovuti recare a Roma per esaminare i
relativi fascicoli e concludere le relative verifiche. Si legge inoltre nel
verbale che, per quanto riguardava i debiti delle imprese italiane verso le
istituzioni fiscali, doganali e previdenziali libiche, le eventuali pendenze
sarebbero state regolate con compensazione tra debiti e crediti ovvero con
impegno a trasferire alle società interessate la documentazione comprovante i
debiti con impegno delle autorità italiane ad adoperarsi per il pagamento.
Rientrando il credito della [M..] nell’ipotesi sub c.1), come emerge
dall’allegato 5 (posizione n. 20), da tale verbale può unicamente affermarsi
che le delegazioni italiana e libica avevano ritenuto completa la
documentazione prodotta, senza tuttavia potersi parlare di riconoscimento
dell’esistenza del credito, essendo espressamente previsto che rappresentanti
del Ministero del Tesoro, della Banca Centrale e dell’ALI, dopo la firma di
tale verbale, si sarebbero dovuti recare a Roma per esaminare i relativi
fascicoli e concludere le relative verifiche. Tale processo verbale di riunione
è pertanto un solo impegno programmatico con valenza politica, da ratificare
con successivo atto che non consta esservi stato. Quanto al doc. 3 denominato
“scheda n. 20”, si rileva che tale documento, come correttamente evidenziato
dal primo giudice, risulta privo di qualsiasi sottoscrizione e di indicazione
circa la provenienza e non può certamente essere utilizzato per provare il
riconoscimento del credito da parte dello Stato della Libia. Per quanto
riguarda il secondo documento (Meeting Summary del 5 7.6.2013), pur essendo
vero che la sua redazione in lingua inglese senza traduzione in italiano non
poteva giustificarne l’omesso esame (dovendo il giudice far ricorso alle sue
conoscenze personali ovvero ordinarne la traduzione), osserva il Collegio che
lo stesso non può essere interpretato come una promessa di pagamento vincolante
per il governo libico come invece sostenuto dalla reclamante. Tale documento
costituisce il resoconto dell’incontro tra le delegazioni italiana e libica e
le associazioni rappresentanti la maggior parte delle imprese creditrici,
svoltosi a Roma il 5 e 6 giugno 2013, in merito alla questione dei c.d. “crediti
storici” delle imprese italiane nei confronti di enti libici. In tale
documento, la delegazione libica conferma la disponibilità dell’offerta una
tantum della somma di € 233.824.899,00 – offerta definita definitiva, non
ulteriormente modificabile e diretta a sistemare ogni possibile questione
relativa alle tasse libiche o materie incluse nell’allegato 3 del processo
verbale del 20.2.2003 – destinata a soddisfare i “crediti storici” reclamati
dalle imprese italiane e nello specifico dei creditori indicati nella lista di
cui all’appendice S allegata al processo verbale del 20.2.2003, non indirizzata
e non rimborsabile nei confronti dei crediti dei creditori relativi alle
imprese elencate nel comunicato del governi libico tradotto nel febbraio 2009
riguardante crediti sistemati direttamente dal governi libico e che crediti
saldati in tutto o in parte da SACE, del credito n. 82 relativo ad Armamenti e
Aerospazio in quanto trattato separatamente e, a scanso di dubbi, di qualsiasi
altro credito non indicato nella lista creditori o insorto dopo il febbraio
2003. Nel medesimo documento si afferma inoltre che la somma una tantum – al
netto di qualsiasi tassa, imposta od onere e non soggetta a tasse, imposte
dirette o indirette da parte della Libia – era già disponibile in un conto
della Central Bank of Libya (CBL) e la delegazioni libica concordava di
sottoscrivere entro il 18.6.2013 un contratto di deposito per stabilire le
procedure di pagamento. Prosegue il documento affermando che la C.B.L., entro i
10 giorni dall’esecuzione del contratto di deposito, avrebbe trasferito la
somma indicata in un contratto di deposito da aprire a nome del Governo
libico/CBL in uno Stato membro dell’EU presso la banca UBAE S.p.A. che avrebbe
provveduto a liquidare i pagamenti in base agli importi dovuti a ciascun
creditore sulla base delle istruzioni date dalla CBL ai sensi del contratto di
deposito regolante il conto vincolato che sarebbe rimasto operativo per un anno
di calendario (12 mesi) dalla data di ricevimento del primo pagamento. Al
termine di tale periodo UBAE avrebbe riaccreditato alla CBL le somme rimaste,
corrispondenti ai crediti dei creditori che non avessero accettato l’accordo (…
omissis…). Sebbene a tale accordo possa essere certamente riconosciuto il
valore politico di un impegno al pagamento della somma una tantum ivi indicata
ad estinzione totale dei crediti elencati nella lista allegata al medesimo
verbale, non è tuttavia configurabile una promessa di pagamento giuridicamente
vincolante per lo Stato libico nei confronti dei singoli creditori. Si osserva
a tale riguardo che nell’incipit del verbale, non vi è alcun riferimento da
parte delle due delegazioni – e per quanto qui interessa da parte della
delegazione libica – al potere rappresentativo ed impegnativo dello Stato
Libico da parte della suddetta delegazione. A capo della delegazione libica, vi
era infatti tale Mraja Gheit Sulaiman, qualificatosi come vice ministro delle
Finanze e come tale chiaramente privo del potere di impegnare e vincolare
giuridicamente il governo libico, in difetto di una specifica delega, essendo
notorio che per il diritto internazionale tale potere sussiste solo per i Capi
di Stato e di Governo, i Ministri degli Esteri ed i soggetti espressamente
delegati. Nella circolare del 14.7.2012 del Governo libico (prodotta dalla
resistente), anteriore al documento in questione, vengono indicate le procedure
da adottare perché i ministri o altri organi statali possano impegnare il
governo, con verbali di riunioni, note di accordi o convenzioni con soggetti
terzi stranieri. Tali procedure prevedono la necessità di coordinamento di
tutte le iniziative e del testo degli accordi con il Ministero degli Esteri e
della Cooperazione Internazionale ed il successivo invio dei documenti firmati
per poterli autenticare e conservare. Il Meeting Summary del 5 7.6.2013 risulta
carente di tali requisiti ed essendo sottoscritto dal solo vice ministro delle
Finanze in assenza di specifica delega o autorizzazione, non può ritenersi
giuridicamente vincolante nei confronti del governo libico né può essere
qualificato come una promessa di pagamento ai sensi dell’art. 1988 c.c.,
trattandosi peraltro di documento neppure diretto ai singoli creditori. A tale
documento va dunque riconosciuta la valenza politica di un accordo raggiunto
tra le delegazioni dei due Paesi da ratificare poi in un successivo atto
giuridicamente vincolante. D’altra parte, dallo stesso tenore del documento
emerge la necessità della successiva sottoscrizione di un accordo per la
costituzione del deposito vincolato per regolare i pagamenti che non risulta
essere mai avvenuto. Dovendo quindi escludersi l’opponibilità e vincolatività
di tale Meeting Summary del 5 7.6.2013 allo Stato della Libia, non è possibile
affermare la sussistenza del fumus boni iuris della pretesa creditoria fondata
su tale atto. Né in ambito di diritto internazionale può essere invocata la
teoria dell’apparenza di diritto e dell’affidamento del terzo ingenerato dal
falsus procurator (che peraltro produce solo effetti risarcitori in capo al
falsus rappresentante e non determina certo la conclusione di un accordo
vincolante per il falsus rappresentato). In ogni caso, quand’anche si volesse
ritenere esistente sulla base della documentazione prodotta il fumus della
pretesa creditoria, sarebbe pregiudiziale l’assenza del secondo imprescindibile
presupposto del periculum in mora, tipizzato dal legislatore nel fondato timore
di perdere la garanzia del credito. Si osserva a tal proposito che il pericolo
può essere desunto, anche alternativamente, sia da elementi obbiettivi,
concernenti la capacità patrimoniale del debitore in rapporto all’entità del
credito, vale a dire la consistenza quantitativa e qualitativa del suo
patrimonio, sia da elementi di natura soggettiva, evincibili dal comportamento,
processuale o extraprocessuale, del debitore che rendano verosimile che, per
sottrarsi all’adempimento, ponga in essere atti dispositivi, idonei a provocare
l’eventuale depauperamento del suo patrimonio ed esprimano l’intenzione di
sottrarsi all’adempimento dei suoi obblighi, così da ingenerare nel creditore
il ragionevole dubbio che la sua pretesa possa rimanere soddisfatta (Cass.
13.2.2002, n 2081; Cass. 17.6.1998, n. 6042; Cass. 17.7.1996, n. 6460; Cass.
9.2.1990 n. 902). Nella situazione in esame tali requisiti non ricorrono. Pur
essendo certamente ingente la pretesa creditoria vantata dalla società [M..],
la capacità patrimoniale dello Stato libico (non potendo farsi riferimento ai
soli beni mobili o immobili presenti in Italia) è certamente sufficiente a far
fronte ad un tale credito. Non è infatti possibile dubitare del fatto che,
seppur in parte erose da mesi di aspri e sanguinosi conflitti interni, le
finanze e i possedimenti libici siano enormemente superiori a tale credito (è
noto che la Libia sia uno dei maggior produttori di petrolio, proprietaria di
vasti giacimenti petroliferi e di ingenti riserve valutarie e finanziarie).
D’altra parte, a fine dicembre 2015, le opposte fazioni libiche, risultano aver
raggiunto un accordo per la costituzione di un governo di unità nazionale sotto
l’egida dell’Onu, così ponendo una tregua ai cruenti conflitti interni. La
circostanza (allegata ma non documentata) che altre aziende, come la [M..],
abbiano avviato o stiano avviando azioni simili a tutela dei propri crediti,
non può essere sufficiente per integrare il pericolo di perdere la garanzia del
proprio credito, anche tenuto conto del lungo lasso di tempo lasciato decorrere
prima di agire giudizialmente, incompatibile con l’esistenza di ragioni
d’urgenza, in assenza di elementi nuovi rispetto al tollerato inadempimento
dello Stato libico durato per molti anni. Non vi è dunque alcun concreto e
reale pericolo che la società [M..] possa perdere la garanzia del proprio
credito nel tempo occorrente per tutelarlo agendo secondo le vie ordinarie. Da
ultimo si osserva che non è stato dedotto alcun elemento per affermare che il
governo libico abbia posto in essere atti dispositivi o distrattivi del proprio
patrimonio, al fine di sottrarsi al pagamento degli asseriti crediti. L’unica
vicenda invocata, quella del trasferimento delle azioni Unicredit dalla L.I.A.
(Libyan Investment Authority) alla Arab Banking Corporation, controllata dalla
C.B.L., è piuttosto risalente nel tempo e non ha alcuna attinenza con i fatti per
cui è causa, essendo addirittura precedente all’invocato accordo del giugno
2013. Inoltre, contrariamente a quanto dedotto dalla reclamante, la L.I.A.,
così come la C.B.L., ancorché controllati dal governo libico, sono soggetti
giuridici distinti dallo Stato libico, dotati di autonoma personalità
giuridica, della cui legittimità non è in questa sede dato sindacare. In
assenza dei relativi proposto, il sequestro conservativo richiesto dalla
società [M..] non può essere concesso, con conseguente rigetto del reclamo. Le
spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo in base alla
tabella relativa ai procedimenti cautelari, scaglione fino a € 32.000.000,00.
Deve infine darsi atto della sussistenza dei presupposti per l’applicazione del
disposto dell’art. 13, comma 1 quater d.p.r. 115/2002, essendo stata
l’impugnazione proposta (tale essendo il reclamo) integralmente respinta.
P.Q.M. [omissis] Così deciso a Forlì nella camera di consiglio del 21/12/2015 

Il Presidente Dr. Orazio Pescatore 

Il Giudice rel. ed estensore Dr.ssa Barbara
Vacca

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