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20 ottobre 2019

[04.02.2016] Tribunale di Forlì 04/02/2016, Dott.ssa BARBARA VACCA

L’azione revocatoria ordinaria ex art. 2901 c.c. non può essere esperita per dichiarare l’inefficacia dell’atto di scissione parziale proporzionale con costituzione di nuova società a responsabilità limitata, trovando applicazione la disciplina speciale prevista dall’art. 2503 c.c. (proponibile opposizione alla scissione entro sessanta giorni dall’ultima iscrizione prevista dall’art. 2502 bis c.c.), la responsabilità risarcitoria prevista dall’art. 2504 quater, ult. co., c.c. e la previsione di una responsabilità solidale sussidiaria delle società beneficiarie di cui agli artt. 2506 quater e 2506 bis c.c. Anche se l’inefficacia giuridica in senso stretto è istituto diverso dall’invalidità, la preclusione alla dichiarazione di invalidità prevista dall’art. 2504 quater c.c., una volta eseguita l’iscrizione nel registro delle imprese, essendo posta tutela dell’affidamento dei terzi e della certezza dei traffici, viene intesa come totale e generale, comprensiva anche delle ipotesi di inesistenza e inefficacia, restando salvo il solo rimedio del risarcimento del danno previsto dall’ultimo comma della norma. Inefficacia relativa ex art. 2901 c.c. – Tutela della buona fede del terzo creditore La domanda di dichiarazione di inefficacia ha ad oggetto solo l’atto di scissione parziale, e non anche i successivi singoli atti, poiché ai sensi dell’art. 2901, ult. co. c.c., l’inefficacia dell’atto non può comunque pregiudicare i diritti acquistati a titolo oneroso dai terzi di buona fede, salvi gli effetti della trascrizione della domanda di revocatoria. Inoltre, la mancata chiamata in causa del terzo rende impossibile una pronuncia di inefficacia di atti di cui è parte un soggetto non convenuto in giudizio. In punto a : Azione revocatoria ordinaria RAGIONI IN FATTO E DIRITTO (concisa esposizione) Il Fallimento X S.r.l. ha convenuto in giudizio Y S.r.l. al fine di far dichiarare l’inefficacia ex art. 2901 c.c. nei confronti della massa fallimentare dell’atto di scissione parziale proporzionale con costituzione di nuova società a responsabilità limitata effettuato da X S.r.l. per atto a rogito notaio Tizio di Faenza in data 5.4.2008 (rep. 179574 – racc. 13065), registrato presso il Registro delle Imprese il 9.4.2008 e trascritto il 2 10.4.2008, mediante il quale è stata creata la Y S.r.l. Ha esposto la Curatela che per effetto dell’atto di scissione parziale proporzionale, era stato attribuito alla neo costituita Y S.r.l. l’unico cespite immobiliare di rilievo facente parte del patrimonio sociale di X (fabbricato sito a Forlì e distinto al foglio 150, p.lle 10 sub. 19, sub. 20 e sub. 21), peraltro attribuendo a tale cespite il valore di € 366.208,67, ben inferiore al suo reale valore, tanto che nel bilancio di esercizio 2008 di Y il medesimo immobile era stato appostato per € 1.400.000,00 e in data 5.6.2008 era stato stipulato un contratto di mutuo ipotecario con la banca Z per la somma di € 1.000.000,00 con iscrizione ipotecaria per un importo di € 2.000.000,00 e contestuale cancellazione di una precedente ipoteca. Ha anche evidenziato la Curatela che subito dopo l’atto di scissione parziale, con atto a rogito notaio Caio di Forlì del 5.6.2008, i tre soci di X, A, B, C avevano ceduto tutte le loro quote a Y S.r.l. che era pertanto divenuta socia unica di X, percependo per tale cessione la somma di € 243.000,00, ed infine che l’immobile acquisito da Y era stato concesso in locazione alla stessa X per un canone annuo di € 112.000,00. In merito ai presupposti dell’azione revocatoria, la Curatela ha rilevato che la natura pregiudizievole di tale atto era evidente, avendo sottratto ai creditori l’unico cespite di valore e che dalla relazione dell’amministratore effettuata con l’istanza di autofallimento era indicato che lo stato di insolvenza della società risaliva già al 2007, con la conseguenza che i soci ne erano ben a conoscenza. La società Y S.r.l. si è costituita contestando l’ammissibilità dell’azione proposta, non potendo gli atti di scissione societaria, al pari di quelli di fusione, essere soggetti a revocatoria esistendo una specifica disciplina prevista dall’art. 2504 c.c. per dare pubblicità all’atto e permettere ai creditori o terzi di impugnarlo nel termine di 60 giorni. Ha in ogni caso evidenziato la convenuta che la Curatela fallimentare aveva proposto 3 azione revocatoria ordinaria agendo per far dichiarare l’inefficacia del solo atto di scissione e contestuale costituzione di nuova società, con la conseguenza che avrebbe dovuto assolvere agli oneri probatori sulla stessa incombenti, contestandone la sussistenza. In particolare, Y ha rilevato che il bilancio al 31.12.2007, seppur con contrazione del giro di affari, si era chiuso con un utile con conseguente esclusione dell’esistenza di uno stato di insolvenza alla data dell’atto di scissione, così come del pregiudizio, stante la responsabilità solidale prevista dall’art. 2506 quater c.c. in capo alle società parti dell’operazione di scissione per i debiti non soddisfatti della società scissa. Da ultimo, la convenuta ha spiegato che l’immobile non era stato affatto sottovalutato in sede di scissione, avendo tenuto conto del suo valore al netto del fondo di ammortamento mentre nel successivo bilancio di Y del 2008 ci si era attenuti alla nuova normativa fiscale entrata in vigore di cui al d.l. 185/2008 e che con l’atto di scissione Y, oltre all’immobile, aveva acquisito anche le passività compreso il mutuo ipotecario esistente sull’immobile ed estinto con la contrazione di un nuovo mutuo. Assegnati i termini ex art. 183, 6° co. c.p.c. e depositate le relative memorie da parte della sola Curatela, la causa, non necessitante di istruzione, è stata immediatamente rinviata per la precisazione delle conclusioni ed è stata trattenuta in decisione all’udienza del 19.6.2015 sulle conclusioni in epigrafe richiamate, previa concessione dei termini ex art. 190 c.p.c. La domanda così come proposta dal Fallimento X S.r.l. non può trovare accoglimento. È opportuno precisare che la Curatela fallimentare ha proposto, giusta autorizzazione del G.D., azione revocatoria ordinaria ai sensi dell’art. 2901 c.c. per far dichiarare l’inefficacia nei confronti della massa dei creditori, previo accertamento della sua natura 4 pregiudizievole, dell’atto di scissione parziale proporzionale con costituzione di nuova società a responsabilità limitata, posto in essere da X S.r.l. in data 5.4.2008, con atto a rogito Notaio Tizio di Faenza, mediante il quale, per effetto dell’operata scissione, è stata costituita la società X S.r.l. nel cui patrimonio sociale è confluita a seguito di assegnazione la proprietà dell’immobile sito a Forlì, censito al foglio 150, p.lle 10 sub. 19 e 20 e relativo terreno pertinenziale censito al foglio 150, p.lle 431 e 432, oltre che una serie di passività (mutuo ipotecario contratto il 27.2.2002 con W per originari € 671.000,00 in regolare ammortamento; finanziamento chirografario del 6.8.2004 con la V di Forlì di originari € 75.000,00 in regolare ammortamento e finanziamento chirografario del 2.7.2004 con W di € 75.000,00 in regolare ammortamento). In assenza di decisioni della Suprema Corte di Cassazione in argomento e stanti i contrasti nelle poche pronunce di merito edite (Trib. Roma 11.1.2001 e Trib. Napoli 18.2.2013 si sono espressi nel senso dell’inammissibilità dell’azione revocatoria; Trib. Livorno 19.8.2003 e 2.9.2003; Trib. Palermo 26.1.2004 e Trib. Catania, 9.5.2012 si sono invece espressi per la compatibilità del rimedio revocatorio), si impone preliminarmente una riflessione in ordine alla revocabilità, con lo strumento dell’azione revocatoria ordinaria, di un atto di scissione societaria, come il presente. A tal fine è opportuno rilevare che l’azione revocatoria ordinaria ha la funzione di ricostituire la garanzia generica assicurata al creditore dal patrimonio del suo debitore, qualora questo sia compromesso da un atto di disposizione posto in essere dal debitore, nella ricorrenza dei presupposti previsti dall’art. 2901 c.c. Si osserva, peraltro, che attraverso l’azione revocatoria, in caso di suo vittorioso esperimento, non viene posto nel nulla l’atto dispositivo pregiudizievole ma solo reso inefficacie nei confronti del creditore che abbia agito. Non si verifica, pertanto, un effetto restitutorio o recuperatorio del bene 5 oggetto dell’atto dispositivo (che non rientra quindi nel patrimonio del debitore) ma si consente unicamente al creditore vittorioso di soddisfarsi anche su tale bene e di aggredirlo esecutivamente sebbene uscito dalla sfera di disponibilità del debitore (cfr. ex multis Cass. sez. II, 14.6.2007, n. 13972; Cass., sez. III, 15.2.2011, n. 3676). Per quanto riguarda invece la scissione disciplinata dall’art. 2506 c.c., si tratta di un’operazione societaria mediante la quale una società assegna tutto, o parte, del suo patrimonio ad una o più società preesistenti o di nuova costituzione e le relative azioni o quote ai soci. Dal punto di vista strutturale, alla luce delle rilevanti modifiche apportate con la riforma del 2003, tale operazione societaria deve indubbiamente qualificarsi come un’operazione di modifica statutaria, rientrante in una vicenda modificativa dell’assetto societario e della sua struttura organizzativa, piuttosto che in una vicenda propriamente traslativa (depone in tal senso l’abbandono del termine “trasferimento” e l’utilizzo di quello “assegna”), pur essendo comunque in essa insito un fenomeno latu sensu “successorio” e “traslativo” dei beni che dalla società scissa “passano” all’altra. Quel che è tuttavia rilevante nel valutare l’ammissibilità dell’azione revocatoria ordinaria di un atto di scissione societaria è non solo, e non tanto, la difficoltà di far rientrare l’atto di scissione nella nozione di atto di disposizione patrimoniale (potendo certamente l’atto di scissione comportare una disgregazione del patrimonio societario della società scissa e rendere così più difficile ed incerto il soddisfacimento del credito), bensì il particolare sistema di tutele espressamente previsto dalla normativa societaria per contemperare da un lato la garanzia dei creditori e dall’altro assicurare la stabilità dei rapporti societari e la certezza dei traffici, sistema non compatibile con l’esercizio dell’azione revocatoria ordinaria. 6 Si osserva, infatti, che l’operazione di scissione decisa dagli organi societari, per diventare operativa ed esecutiva deve seguire un determinato iter procedimentalizzato (progetto di scissione, delibera di scissione, atto di scissione), prevedente una serie di formalità descritte dagli artt. 2506 bis e ter c.c., tra le quali rientrano anche quelle pubblicitarie, con il deposito dei vari atti presso il Registro delle Imprese e il decorso di una serie termini, compreso – per quanto qui maggiormente interessa – quello di 60 giorni ai sensi dell’art. 2503 c.c. (norma espressamente richiamata dall’art. 2506 ter c.c.) prima di attuare l’operazione di scissione. Entro tale breve termine decadenziale è consentito ai creditori sociali, alle condizioni ivi previste e in considerazione delle rilevanti conseguenze di tipo strutturale e patrimoniale conseguenti all’operazione di scissione, proporre opposizione avverso l’atto di scissione al fine di paralizzarlo. In tal caso, il progetto di scissione potrà infatti essere portato a termine solo a seguito di provvedimento del tribunale, adito con l’opposizione, che ritenga infondato il pericolo di pregiudizio per i creditori ovvero ove la società abbia prestato idonea garanzia (art. 2445 ult. co. c.c. richiamato dall’art. 2503 c.c.). La ratio evidente di tale norma è quella di tutelare i creditori da possibili pregiudizi a loro derivanti dall’attuazione della delibera di scissione, e dunque una finalità del tutto analoga a quella dell’azione revocatoria ordinaria. Peraltro, a fronte del termine di prescrizione quinquennale previsto per l’esercizio dell’azione revocatoria, la tutela “oppositoria” di cui all’art. 2503 c.c. è esercitabile in un termine di decadenza di soli 60 giorni, così previsto proprio al fine di contemperare le esigenze di tutela dei creditori con le esigenze di certezza e stabilità dei traffici commerciali e di affidamento dei terzi. 7 Non vi è quindi chi non veda che pur in assenza di una espressa limitazione in tal senso, la cumulabilità delle due azioni – revocatoria e opposizione ex art. 2503 c.c. – non risulti compatibile con l’attuale assetto della disciplina societaria in tema di scissione e del sistema di garanzie ivi previste. La possibilità per il creditore di agire in revocatoria dell’atto di scissione anche al di la e al di fuori del breve termine decadenziale di 60 giorni previsto dall’art. 2503 c.c. porterebbe infatti ad un’interpretazione sostanzialmente abrogatrice di tale norma, aprendo un grave vulnus al principio di certezza e stabilità dei traffici giuridici, in contrasto con le finalità della riforma societaria e del recepimento della direttiva comunitaria. Va aggiunto, a sostegno di tale interpretazione, che ai sensi dell’art. 2504 [qua]ter c.c. (applicabile anche all’atto di scissione), una volta eseguite le iscrizioni dell’atto di scissione, non può più essere pronunciata l’invalidità dell’atto. Pur essendo vero che la categoria giuridica dell’inefficacia non rientra in senso stretto in quella di invalidità, deve nondimeno rilevarsi che la preclusione alla dichiarazione di invalidità prevista dall’art. 2504 ter c.c., una volta eseguita la formalità dell’iscrizione nel registro delle imprese, essendo posta tutela dell’affidamento dei terzi e della certezza dei traffici, debba essere intesa come totale e generale, comprensiva anche delle ipotesi di inesistenza e inefficacia, restando salvo il solo rimedio del risarcimento dei danno previsto dall’ultima parte della norma. A tale riguardo si osserva che la stessa Suprema Corte ha affermato che “la preclusione della declaratoria di invalidità dell'atto di fusione, sancita dall'art. 2504 quater c.c. quale effetto dell'iscrizione nel registro delle imprese, tutela l'affidamento dei terzi e la certezza dei traffici, sicché, quando l'iscrizione dell'atto di fusione nel registro delle imprese sia avvenuta in base ad una 8 sequenza procedimentale priva di riconoscibili anomalie esteriori, l'inesistenza giuridica di una delle delibere assembleari propedeutiche alla fusione, nei limiti in cui essa possa essere ipotizzata, non determina l'inesistenza giuridica dell'atto di fusione, ormai iscritto nel registro, restando esclusa l'impugnabilità di quest'ultimo” (cfr. Cass. 1.6.2012, n. 8864), ricomprendendo quindi nell’ampia nozione di invalidità anche quella di inesistenza. Si tratta quindi di una forma di “pubblicità sanante” totale prevista per rendere inattaccabile l’atto di scissione societaria una volta che questo abbia prodotto i suoi effetti con l’iscrizione prevista dall’art. 2504, comma 2, c.c., convertendo quindi tutte le eventuali e possibili cause di invalidità dell’atto di scissione in un fatto illecito, produttivo della sola responsabilità per danni. E non vi è motivo per non includere nell’ambito applicativo di tale norma anche le ipotesi di inefficacia conseguenti all’azione revocatoria. Finalità dell’art. 2504 quater c.c. è quella di assicurare stabilità agli effetti di una complessa operazione societaria e la diversità qualitativa dei vizi (nullità/annullabilità, inesistenza o inefficacia) non può giustificare che gli effetti di tale atto possano essere nuovamente messi in discussione una volta adempiute tutte le previste formalità pubblicitarie, a distanza anche di anni. L’intensa tutela normativa offerta ai creditori sociali, una volta compiute tutte le formalità, degrada dunque a mera tutela risarcitoria, per una precisa scelta legislativa tesa alla valorizzazione dell’affidamento dei terzi, della sicurezza dei traffici e della certezza della situazioni giuridiche. Seppur in ambito diverso, si è espresso in questo senso, in tema di interpretazione della portata dell’art. 2504 quater c.c., anche il Tribunale di Milano con la pronuncia del 5.3.2009, n. 3014 (“L'art. 2504 quater c.c. espressamente prevede che, una volta eseguite le 9 iscrizioni dell'atto di fusione, l'invalidità del medesimo non possa più essere pronunziata e la tutela "reale", in cui tale pronunzia si sostanzierebbe, viene sostituita dalla tutela "obbligatoria" del previsto risarcimento del danno. La "ratio" di una siffatta disposizione, chiaramente, si rapporta alla necessità di tutela del pubblico affidamento (connesso all'intervenuta pubblicazione dell'atto) ed a quello che può, ormai, considerarsi come un principio generale del vigente ordinamento societario, cioè quello della "irregredibilità degli effetti organizzativi prodotti", di cui si riscontrano puntuali applicazioni, oltreché nella citata norma, anche negli art. 2332, 2500 bis e 2379 ter c.c. Naturalmente tale principio, applicandosi alla categoria della "invalidità", si applica, ed a ben maggior ragione, a quella della inefficacia: il pubblico affidamento circa l'assetto organizzativo pubblico, riguardando integralmente il patrimonio dei soggetti coinvolti, si riferisce, invero, anche a tutte le pretese creditorie relative a tali patrimoni (qualora esse non abbiano evidenza pubblica ed opponibilità agli altri creditori). Né dicasi che una siffatta disposizione normativa (quella di cui all'art. 2504 quater c.c.), privando il creditore della tutela "reale" nelle forme suddette, possa avere profili di incostituzionalità, per contrasto col disposto dell'art. 2 l. delega 26 marzo 1990 n. 69, che vietava al legislatore delegato di "ridurre in modo sostanziale il livello di protezione accordato dalle disposizioni vigenti…ai creditori": per un verso, infatti, il creditore, che abbia fondate pretese ed abbia fondato timore che la fusione pregiudichi i suoi diritti di credito, ben può chiedere ed ottenere idonee cautele, sia per evitare la pubblicazione dell'atto di fusione, sia per creare sul patrimonio del suo assunto debitore vincoli conservativi di soddisfacimento, che possano essere pubblici ed opponibili agli altri creditori; per altro verso, poi, prevedendo la disposizione di legge in questione che, in caso di irregolare pubblicazione della fusione, alla responsabilità dell'ente fuso si affianchi la responsabilità personale di tutti gli "organi" che hanno concorso alla irregolare pubblicazione, sicuramente essa non riduce, in modo sostanziale, il livello di protezione accordato al creditore e non può essere sospettata, quindi, di incostituzionalità”). 10 D’altra parte, tale interpretazione è in linea anche con il contemperamento delle contrapposte esigenze, ugualmente meritevoli di tutela, dei creditori della società “beneficiaria” e di quelli della società scissa. Qualora si ritenesse applicabile alla scissione la tutela revocatoria, si darebbe infatti un indubbio vantaggio ai creditori della società scissa rispetto ai creditori della società beneficiata dalla scissione che potrebbero veder “fuoriuscire” dal patrimonio della società i beni sui quali avevano in buona fede fatto affidamento nel momento in cui avevano intrattenuto rapporti con tale società, senza considerare inoltre il fatto che i creditori della società scissa avrebbero ben potuto paralizzare l’operazione di scissione a loro pregiudizievole con il rimedio dell’ opposizione, mentre nessun rimedio è dato ai creditori della società “beneficiaria”. Escludendo invece l’applicabilità all’atto di scissione del rimedio revocatorio, si garantirebbe la “par condicio” tra tutti i creditori delle società partecipanti alla scissione, che concorrerebbero in pari misura sullo stesso patrimonio per il soddisfacimento dei rispettivi crediti. Deve, infine, evidenziarsi – a chiusura del sistema di tutela – che ai sensi dell’art. 2506 quater, comma 3, c.c. è prevista, in favore dei creditori della società scissa, la responsabilità solidale di tutte le società partecipanti all’operazione di scissione, nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto assegnato con l’atto di scissione, per i debiti della società scissa non soddisfatti dalla società cui fanno carico. Parimenti, il terzo comma dell’art. 2506 bis c.c., prevede per l’ipotesi in cui nel progetto di scissione non siano desumibile gli elementi del passivo, la responsabilità solidale delle società beneficiarie e della società scissa, limitatamente al valore effettivo del patrimonio netto attribuito. Non è dunque ravvisabile alcun concreto pregiudizio per i creditori della società scissa che, in caso di inadempimento, potrebbero comunque rilevarsi in via solidale non solo sulla 11 società scissa ma anche su quella costituita a seguito della scissione nei limiti del patrimonio netto alla stessa assegnato. Si ritiene, pertanto, che il rimedio dell’opposizione di cui all’art. 2503 c.c., la responsabilità risarcitoria prevista dall’art. 2504 quater, ult. co., c.c. e la previsione di una responsabilità solidale sussidiaria di cui agli artt. 2506 quater e 2506 bis c.c. costituiscano un sistema di tutele completo ed integrale per i creditori sociali, in quanto idoneo a coprire ogni ipotesi di pregiudizio della loro posizione creditoria, avente carattere speciale ed assorbente rispetto al rimedio generale previsto dell’azione revocatoria, prevalendo dunque su quest’ultimo. Alla luce di quanto sopra indicato deve, pertanto, ritenersi inammissibile l’azione revocatoria proposta dalla Curatela fallimentare avverso l’atto di scissione parziale proporzionale con costituzione di nuova società posto in essere da X in data 5.4.2008, con conseguente rigetto della relativa domanda. Va aggiunto che, diversamente da quanto affermato dalla difesa attrice nella memoria ex art. 183, 6° co. c.p.c., la domanda proposta dalla curatela ha riguardato la dichiarazione di inefficacia del solo atto di scissione parziale del 5.4.2011, comprensivo dunque dell’assegnazione del fabbricato alla Y effettuata in sede di scissione, ma non anche dei successivi singoli atti, asseritamente pregiudizievoli, posti in essere dalla nuova società su tale immobile (iscrizione di ipoteca a seguito della stipula di contratto di mutuo bancario, cessione delle quote, concessione in locazione del fabbricato etc.), la cui esistenza e validità non potrebbe, dunque, essere travolta per effetto della mera dichiarazione di inefficacia dell’atto di scissione. Si evidenzia, infatti che, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa della curatela attrice, la richiesta declaratoria di inefficacia dell’atto di scissione – non avendo la 12 revocatoria ordinaria l’effetto di far rientrare il bene nel patrimonio del debitore – non avrebbe mai potuto travolgere l’atto di costituzione di ipoteca effettuato sull’immobile assegnato a Y in sede di scissione a seguito di contratto di mutuo ipotecario dalla stessa stipulato con Z con atto notarile del 5.6.2008, debitamente registrato e trascritto, né la successiva azione esecutiva intrapresa dalla banca ai danni di Y. E questo, non solo in quanto la banca non è stata evocata nel presente giudizio – con conseguente impossibilità di una pronuncia di inefficacia di atti di cui è parte un soggetto non convenuto in giudizio – ma anche e soprattutto in quanto, ai sensi dell’ultima comma dell’art. 2901 c.c., l’inefficacia dell’atto non può comunque pregiudicare i diritti acquistati a titolo oneroso dai terzi di buona fede, salvi gli effetti della trascrizione della domanda di revocatoria. Nel caso in esame, non potendo contestarsi che Z sia un terzo di buona fede (nulla essendo stato dedotto né tanto meno provato al riguardo), i diritti da esso acquisiti per effetto dell’iscrizione ipotecaria avvenuta contestualmente alla stipula del mutuo del 5.6.2008, non avrebbero mai potuto essere travolti da una dichiarazione di inefficacia dell’atto di scissione, atteso che la domanda giudiziale di revocatoria è stata trascritta solo in data 15.5.2013, come risulta dalla nota di trascrizione prodotta, e dunque, non solo dopo l’iscrizione ipotecaria avvenuta nel giugno 2008, ma anche dopo la trascrizione del pignoramento immobiliare da parte della banca a carico di Y, avvenuta in data 21.11.2012. Pertanto, anche in ipotesi di accoglimento dell’azione revocatoria ordinaria, i creditori fallimentari avrebbero potuto (e potrebbero in ogni caso nei limiti della responsabilità solidale di cui all’art. 2506 quater c.c.) rivalersi sull’immobile assegnato a Y in sede di scissione solo dopo l’integrale soddisfazione della banca creditrice in forza di ipoteca iscritta e di pignoramento trascritto in data anteriore a quella di trascrizione della 13 domanda giudiziale di revocatoria, la cui validità – lo si ripete – non avrebbe mai potuto essere travolta dalla presente azione revocatoria, diretta unicamente nei confronti dell’atto di scissione parziale. (omissis

Così deciso in Forlì, lì 04/02/2016

IL GIUDICE

Dr.ssa Barbara Vacca

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