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20 ottobre 2019

[29.05.2017] Tribunale di Forlì ord. 29.5.2017 – Pres. Pescatore – est. Picci

1. le controversie per la liquidazione delle spese, degli onorari e dei diritti dell'avvocato nei confronti del proprio cliente
previste dall'art.28 della l.n.794/42 come risultante all'esito delle modifiche apportate dall'art.34 del d.lgs. n.150/11 e dell'abrogazione degli artt.29 e 30 della medesima legge n.794/42 devono essere trattate con la procedura prevista dall'art.14 del suddetto d.lgs.n.150/11, tanto nel caso in cui occorre procedere ad una determinazione quantitativa del credito, quanto nell'ipotesi in cui la domanda riguardi l'an della pretesa, senza possibilità per il giudice adito di trasformare il rito sommario in rito ordinario o di dichiarare l'inammissibilità
della domanda [v. Cass., sez. 3, sent. 29.2.16, n.4002]
2. l’attività defensionale cui fanno riferimento gli artt.2237 del c.c., 7 della l.n.794/42 e, da ultimo, l’art.7 del d.m.
n.55/14 è esclusivamente quella espletata prima della cessazione del rapporto di prestazione d’opera intellettuale;
3. con riguardo a tale evento estintivo, l’art.85 c.p.c. stabilisce che nei confronti dell’altra parte processuale, la revoca o
la rinuncia è inefficace fino a che non sia avvenuta la sostituzione del difensore, ciò significa a contrario che, nei
rapporti interni tra avvocato e cliente, gli effetti estintivi si verificano immediatamente, una volta che l’atto contenente la revoca o la rinuncia viene comunicato al destinatario
4. il difensore che abbia rinunciato al mandato, o al quale il mandato sia stato revocato dal cliente, non è legittimato
a compiere atti nell’interesse del mandante
5. ne consegue che il difensore non può percepire il compenso professionale per attività compiute dopo la cessazione del
rapporto di patrocinio
6. ove il difensore abbia svolto comunque attività difensive (partecipazione alle udienze, redazione di comparse, ecc.),
in assenza di elementi da cui desumere il ripristino del rapporto di patrocinio e salvo ratifica, esse possono essere
inquadrate nell’istituto della gestione di affari, con conseguente applicabilità della relativa disciplina e, in particolare, dell’art.2031 c.c., atteso che tale istituto è ammissibile anche con riguardo ad un incarico professionale
7. il gestore imperfetto, in conformità all’art.2031, co.1°, c.c., può richiedere la ripetizione non solo delle spese necessarie, cioè di quelle tendenti a preservare l’integrità del patrimonio del soggetto gestito, ma anche di quelle utili, ossia di quelle volte ad un più conveniente uso o ad un migliore godimento del patrimonio da parte dell’interessato;
8. l’avere operato a favore dell’ex cliente comporta uno speculare e necessario dispendio di tempo e di energie da parte
dell’avvocato, il quale ha sostenuto una “spesa”, nel senso di un depauperamento di sé, rivelatasi “utile” per il gestito; tale spesa (somma) può essere determinata facendo riferimento ai cosiddetti diritti, cioè a quegli importi fissi relativi alla singola attività procuratoria e che il sistema attualmente vigente ha soppresso, in luogo di una tariffa omnicomprensiva;

TRIBUNALE ORDINARIO DI FORLÌ
Prima Sottosezione Civile
proc. n. r.g.
Il Tribunale,
riunito in camera di consiglio nella persona dei sigg. giudici,
dott. Orazio Pescatore presidente
dott.ssa Eleonora Ramacciotti giudice
dott. Emanuele Picci giudice est.
ha pronunciato la seguente
O R D I N A N Z A
letti gli atti del proc.to n. dell’anno promosso ex art.702 bis c.p.c.da e nei confronti di per la condanna di controparte al pagamento del compenso defensionale maturato dai predetti avvocati nell’ambito di tre procedimenti giudiziali: il primo
ed il secondo, rispettivamente causa principale e giudizio interinale cautelare, iscritti ai nn. e r.g.lav., conclusi con provvedimenti favorevoli alla loro cliente, evocata in giudizio da per il pagamento di differenze retributive; il terzo, invece, promosso direttamente dalla
nei confronti della stessa , al fine di ottenere una pronuncia di invalidità di un testamento olografo con le relative statuizioni condannatorie;
atteso che la notifica del ricorso introduttivo e del pedissequo decreto presso l’abitazione sita in Forlì,
, luogo di residenza della [v. certificato dell’ufficio anagrafe del 31.8.16] non si perfezionava a cagione dell’irreperibilità della stessa, ed ugualmente la notifica presso la dimora di via , in Roma, cosicché si procedeva mediante deposito di copia dell’atto nella casa comunale ai sensi dell’art.143 c.p.c. [v. atto di notificazione del 5.9.16];
in scioglimento della riserva di cui al verbale d’udienza del 21.3.17;
osservato in rito:
che, alla luce dei recenti arresti giurisprudenziali della corte di legittimità, le controversie per la
liquidazione delle spese, degli onorari e dei diritti dell'avvocato nei confronti del proprio cliente previste
dall'art.28 della l.n.794/42 come risultante all'esito delle modifiche apportate dall'art.34 del d.lgs. n.150/11 e dell'abrogazione degli artt.29 e 30 della medesima legge n.794/42 devono essere trattate con la procedura prevista dall'art.14 del suddetto d.lgs.n.150/11, tanto nel caso in cui occorre procedere ad una determinazione quantitativa del credito, quanto nell'ipotesi in cui la domanda riguardi l'an della
pretesa, senza possibilità per il giudice adito di trasformare il rito sommario in rito ordinario o di dichiarare l'inammissibilità della domanda [v. Cass., sez. 3, sent. 29.2.16, n.4002];
che, in ogni caso, nell’ambito dell’odierno giudizio, non viene in rilievo la titolarità della pretesa, con la conseguenza che la trattazione con rito sommario è giustificata anche sulla scorta dell’orientamento giurisprudenziale più risalente [v. Cass. sent. 23.1.12, n.876; sent. 15.3.10, n.6225; sent. 29.3.05, n.6578;
sent. 21.4.04, n.7652];
ritenuto:
che i ricorrenti rinunciavano al mandato con missiva ricevuta dalla cliente in data 15.12.15 [v. all.27 in fasc. ricorrenti] e gli stessi assicuravano la difesa anche oltre tale data partecipando alle udienze e predisponendo le memorie di cui all’art.183, co.6°, c.p.c. [v. verb. ud. 2.2.16, 21.6.16, 24.6.16, all.ti 11, 13,
26 in fasc. cit.];
in proposito, che l’art.2237 c.c. stabilisce che il prestatore d’opera intellettuale, il quale recede dal contratto, ha diritto al rimborso delle spese fatte ed al compenso per l’opera svolta, da quantificarsi in relazione ai risultati prodotti in favore del cliente, inoltre, l’art.7 della l.n.794/42, il cui contenuto non è
diverso dalla norma codicistica, dispone che: <<per le cause iniziate ma non compiute ovvero nel caso di revoca della procura o di rinunzia alla stessa il cliente deve all'avvocato gli onorari corrispondenti all'opera prestata>>, detta disposizione, come è dato desumere dalla sentenza della Corte Costituzionale n.20 del 4.4.60, nonché dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione [cfr. da ultimo, Cass., sez. 2, sent. 6.10.2000, n.13329], non è stata abrogata dall’art.1 della l.n.1051/57 che ha semplicemente devoluto al Consiglio Nazionale Forense il compito di stabilire i criteri per la determinazione degli onorari, dei diritti e delle indennità spettanti agli avvocati ed ai procuratori per prestazioni giudiziali in materia civile, con le modalità previste dall’art.1 della l.n.536/49, relative agli onorari ed alle indennità in materia penale e stragiudiziale; peraltro,
la disposizione della l.n.794/42 è rimasta inalterata anche dopo l’entrata in vigore della nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense varata con l.n.247/12, in quanto la delega conferita dal Parlamento al Governo, in virtù dell’art.64 della citata legge, non è stata esercitata, con la conseguenza che, al momento, manca l’intervento legislativo volto all’adozione di un testo unico in materia [v. principi e criteri direttivi di delega, art.64, co.1° lett. a, l.n.247/12, laddove viene specificato che il legislatore delegato avrebbe dovuto accertare, tra l’altro, la vigenza attuale delle singole norme, indicando quelle abrogate, anche implicitamente, per incompatibilità con successive disposizioni, e quelle che, pur non inserite nel testo unico, sarebbero rimaste in vigore];
che l’art.7 della l.n.794/42 non sia stato abrogato, lo si desume anche dalla circostanza che, a livello di normazione secondaria, il suo contenuto è stato riprodotto proprio nel regolamento attualmente vigente recante la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense, ai
sensi dell’art.13, co.6°, della l.n.247/12, infatti, l’art.7 del d.m. n.55/14, nel riprodurre la medesima disposizione del 1942, chiarisce espressamente che il compenso è corrisposto per l’attività compiuta prima della cessazione del rapporto:<<per l’attività prestata dall’avvocato nei giudizi iniziati ma non compiuti, si liquidano i compensi maturati per l’opera svolta fino alla cessazione, per qualsiasi causa, del rapporto professionale>>;
pertanto, che l’attività defensionale cui fanno riferimento gli artt.2237 del c.c., 7 della l.n.794/42 e, da ultimo, l’art.7 del d.m. n.55/14 è esclusivamente quella espletata prima della cessazione del rapporto di prestazione d’opera intellettuale;
che con riguardo a tale evento estintivo, l’art.85 c.p.c. stabilisce che nei confronti dell’altra parte processuale, la revoca o la rinuncia è inefficace fino a che non sia avvenuta la sostituzione del difensore, ciò significa a contrario che, nei rapporti interni tra avvocato e cliente, gli effetti estintivi si verificano immediatamente, una volta che l’atto contenente la revoca o la rinuncia viene comunicato al destinatario;
siffatta discrasia si verifica anche nel processo penale, laddove l’art.107 c.p.p., nello stabilire l’inefficacia della rinuncia o della revoca fino alla nomina di un nuovo difensore, di fiducia o di ufficio, fa esclusivo riferimento ai rapporti tra difensore rinunciante o revocato ed Autorità Giudiziaria;
che il difensore non possa percepire il compenso dopo la cessazione del rapporto di patrocinio, è desumibile, altresì, dalla duplice ratio dell’art.85 c.p.c. che, nello stabilire sostanzialmente che il difensore rinunciante o revocato resta l’interlocutore processuale fino alla sua sostituzione, assicura implicitamente
la conservazione delle funzioni procuratorie senza, tuttavia, dilatarle a tal punto da consentire all’avvocato di compiere atti nell'interesse del mandante, in quanto la disposizione appena richiamata è volta, in primo luogo, a garantire la prosecuzione del giudizio (diversamente da quanto accade nelle ipotesi di morte o perdita della capacità della parte o dello stesso difensore), rendendo il processo impermeabile alle alterne
vicende del rapporto tra avvocato e cliente che, com’è noto, è fondato su un elemento suscettibile di mutare nel tempo, cioè sulla stima e sull’affidamento di uno nei confronti dell’altro, e viceversa [v. art.11, co.2°, codice deontologico forense: <<il rapporto con il cliente e con la parte assistita è fondato sulla fiducia>>],
ed in secondo luogo, il citato articolo è teso anche a tutelare la parte processuale contrapposta a quella rappresentata dal difensore rinunciante o revocato, per evitare che la rinuncia o la revoca del mandato ne possano paralizzare le iniziative defensionali, ossia sostanzialmente a colmare il vuoto dello ius postulandi [v. Cass., sez. 2, sent. 12.2.96, n.1085];
ritenuto pertanto:
che il difensore che abbia rinunciato al mandato, o al quale il mandato sia stato revocato dal cliente, non è legittimato a compiere atti nell’interesse del mandante;
che, ciò nonostante, ove il difensore abbia svolto comunque attività difensive (partecipazione alle udienze, redazione di comparse, ecc.), in assenza di elementi da cui desumere il ripristino del rapporto di patrocinio e salvo ratifica, esse possono essere inquadrate soltanto nell’istituto della gestione di affari, con conseguente applicabilità della relativa disciplina e, in particolare, dell’art.2031 c.c., atteso che tale istituto è ammissibile anche con riguardo ad un incarico professionale, ad eccezione degli affari per i quali occorre il conferimento di una procura in forma solenne, a pena di nullità [cfr. Cass., sez.1, sent. 13.3.64, n.550 e Cass., sent. n.1085/96, cit.];
l’inquadramento di tale ipotesi nell’ambito della gestione di affari altrui è suffragato dalla spontaneità della prosecuzione dell’attività da parte del difensore rinunciante o revocato, cioè dalla mancanza di un qualsivoglia rapporto giuridico tra avvocato e cliente dopo la rinuncia o la revoca, né siffatta attività è da qualificare come adempimento di un obbligo deontologico del professionista atteso che, invece, l’avvocato, dopo la rinuncia al mandato, non è responsabile per la mancata successiva assistenza, qualora non sia nominato in tempi ragionevoli altro difensore [v. art.32, co.4°, codice deontologico forense];
che occorre chiedersi se il difensore rinunciante o revocato, quale gestore degli interessi dell’ex cliente, abbia diritto, oltre che ad essere rimborsato dall’interessato [v. art.2031, co.1°, c.c.: <<l’interessato… deve…rimborsagli tutte le spese necessarie o utili con gli interessi dal giorno in cui le spese stesse sono state fatte>>], anche ad un compenso per l'opera prestata: la tesi negativa fa leva sul fondamento altruistico dell’istituto atteso
che l’animus aliena negotia gerendi sarebbe incompatibile con lo scopo di trarre un vantaggio personale, mentre la tesi affermativa richiama l’art.1709 c.c., secondo cui il mandato si presume oneroso;
che la disposizione del codice civile appena rammentata trova applicazione soltanto in materia di gestione perfetta, cioè quando è intervenuta la ratifica del soggetto gestito ex art.2032 c.c. configurandosi, in tale sola ipotesi, un’equiparazione ex lege tra gestione dell’affare altrui e mandato, e comunque, anche in
caso di gestione imperfetta, ossia carente della ratifica dell’interessato, come nel caso in esame, l’applicazione delle norme in materia di mandato è consentita solo in via residuale ed esclusivamente per tutelare il soggetto gestito, come si evince chiaramente dall’art.2030 c.c. [si pensi, sul punto, che la
giurisprudenza di legittimità ritiene applicabile alla gestione di affari altrui gli artt.1705 e 1706 c.c.,
cosicché il soggetto gestito può esercitare, in modo diretto, i diritti di credito derivanti dalla gestione e rivendicare i beni mobili acquistati dal gestore “imperfetto”, v. da ultimo, Cass., sez.2, sent. 3.11.16, n.22302];
che, quindi, il gestore imperfetto non ha azione per il pagamento del compenso non essendosi realizzata l’assimilazione al contratto di mandato, in virtù dell’assenza di ratifica ex art.2032 c.c.;
ciò nonostante, il gestore imperfetto può soltanto, in conformità all’art.2031, co.1°, c.c., richiedere la
ripetizione non solo delle spese necessarie, cioè di quelle tendenti a preservare l’integrità del patrimonio del soggetto gestito, ma anche di quelle utili, ossia di quelle volte ad un più conveniente uso o ad un migliore godimento del patrimonio da parte dell’interessato;
che tale eventualità si verificava nel caso in contestazione perché la cliente, a fronte del ricevimento nel mese di dicembre 2015 della missiva contenente la rinuncia al mandato da parte degli avvocati , non incaricando un nuovo difensore, non assumeva i costi connessi a quell’attività in concreto espletata dai difensori rinuncianti;
che quest’ultimi, riprendendo la formulazione dell’art.2031, co.1°, c.c., hanno diritto alla ripetizione delle spese sostenute per mantenere la stessa posizione sostanziale e processuale come esistente al momento della rinuncia (o della revoca), si pensi solo in via esemplificativa secondo il momento in cui si
verifica l’estinzione del rapporto, che l’avvocato rinunciante o revocato può scongiurare gli effetti dell’inerzia dell’interessato, dunque, egli può, per mezzo della propria attività defensionale, evitare la prescrizione di un diritto o la decadenza da un potere;
ritenuto conseguentemente:
che, in applicazione delle coordinate ermeneutiche fin qui delineate, ai ricorrenti spetta il compenso per l’attività espletata prima del 15.12.15, giorno in cui la riceveva la missiva, in cui i due difensori la informavano della rinuncia al mandato;
che tale corrispettivo è determinato secondo il d.m. n.55/14 ed è così composto: a) relativamente ai due procedimenti in materia di lavoro, premesso il valore della controversia comune ad entrambe le cause e da individuare nella colonna da € 52.000,01 ad € 260.000,00, di cui alle tabelle nn.3 (cause di lavoro) e 10
(procedimenti cautelari), ed applicata la tariffa media, in considerazione dell’approfondimento giurisprudenziale compiuto dai redattori degli atti ed anche del risultato finale favorevole alla loro ex cliente, si stima equo determinare il compenso in € 7.692,00, cioè € 2.430,00 per la causa n. pari
all’importo relativo alla sola fase di studio poiché la memoria di costituzione è stata predisposta successivamente alla rinuncia, ed in € 5.262,00 per il procedimento n. corrispondente a tutte le
fasi giudiziali, eccetto quella di trattazione, in ragione della carenza di approfondimenti istruttori espletati nella fase cautelare; dalla somma complessiva vanno decurtati gli acconti in precedenza percepiti dai difensori pari a complessivi € 4.075,00, con compenso ancora residuo di € 3.617,00; b) inoltre, va esclusa la remunerazione non solo dell’attività espletata da diverso difensore, cioè da tale avvocato che predisponeva l’atto di impugnazione del testamento corrispondente alla fase introduttiva del giudizio n. r.g., ma anche quella relativa alla fase istruttoria e decisionale perché intervenuta
dopo l’atto di rinuncia, quindi, individuato il valore indeterminabile della causa non inferiore ad € 26.000,00 e non superiore ad € 260.000,00 e tenuto conto dei medi di tariffa stante la particolarità della materia successoria, si stima equo fissare in € 1.620,00, dal cui importo vanno decurtati gli acconti in precedenza percepiti dai difensori pari a complessivi € 4.950,00, con importo conseguentemente a debito
di € 3.330,00;
che, una volta operata la compensazione tra il compenso percepito e quanto ancora spettante, residua un credito che ammonta ad € 287,00;
inoltre, che l’opera prestata dopo la data del 15.12.12 è costituita dalla partecipazione a n.4 udienze,
quelle del 2.2.16, 10.5.16, 21.6.16 e 24.6.16, nonché dalla redazione di una memoria di costituzione nel
procedimento n. e delle tre memorie ex art.183, co.6°, c.p.c., nell’ambito del procedimento n. r.g.;
relativamente a tale attività, in carenza di esborsi dichiarati dai difensori, il Collegio ritiene che la debba corrispondere una somma ulteriore in favore dei ricorrenti, in considerazione proprio dell’utilità dalla stessa percepita, si pensi, ad esempio, che il deposito della memoria di costituzione nel proc.n. ha evitato che si assumessero come pacifici ex art.115, co.1°, c.p.c. i fatti rappresentati dal ricorrente, ed ancora, il deposito delle memorie ex art.183, co.2° e 3°, c.p.c. nel proc.n. ha evitato che si configurasse la preclusione istruttoria in capo alla cliente;
che l’avere operato a favore dell’ex cliente ha comportato uno speculare e necessario dispendio di tempo e di energie da parte dell’avvocato, il quale ha sostenuto “spese”, nel senso di un depauperamento di sé, rivelatasi “utile” per il gestito;
che tale spesa (somma) può essere determinata facendo riferimento ai cosiddetti diritti, cioè a quegli importi fissi relativi alla singola attività procuratoria e che il sistema attualmente vigente ha soppresso, in luogo di una tariffa omnicomprensiva;
pertanto, che occorre richiamare gli importi fissati dal pregresso decreto ministeriale, cioè l’ultimo che contemplava ancora la dicotomia tra diritti ed onorari, di talché, una volta individuato il valore delle vertenze secondo le indicazioni già sopra svolte, si stima equo determinare il rimborso spettante ai ricorrenti, ai sensi dell’art.2031 c.c., in € 900,00 così ottenuto: a) € 71,00*4 (partecipazione a n.4 udienze);
b) 142,00*3 (redazione delle tre memorie ex art.183, co.6°, c.p.c.; c) € 142,00 (redazione di un atto di costituzione);
che, con riguardo all’importo dovuto a titolo di corrispettivo, pari ad € 287,00, vanno applicati gli interessi di mora dalla domanda giudiziale al saldo, non essendoci prova del ricevimento delle notule in data antecedente al deposito del ricorso;
che, relativamente alla somma spettante ai ricorrenti a titolo di rimborso ex art.2031, co.1°, c.c., pari ad € 900,00 essendo esso, invece, un debito di valore, va computata la rivalutazione monetaria ed anche gli interessi compensativi dal giorno successivo al ricevimento della missiva contenente la rinuncia al
mandato, in quanto è da quel momento che la cliente avrebbe potuto nominare un nuovo difensore ed ha, invece, usufruito dell’opera prestata dall’avvocato rinunciante;
una volta effettuate le operazioni appena descritte (€ 307,00+€ 915,00), si ottiene la somma di € 1.222,00 che la cliente dovrà corrispondere in favore degli avvocati ;
ritenuto infine che la soccombenza dei ricorrenti rispetto all’ammontare della pretesa originaria pari ad € 22.728,51 giustifica la compensazione per 3/4 delle spese di lite con condanna della cliente a rifondere il restante; dette spese sono determinate in dispositivo ai medi di tariffa ed in base al valore effettivo [v.art.5, co.1°, d.m. n.55/14], per le sole fasi di studio, introduttiva e decisionale, non essendoci stata nessuna attività riferibile alla fase istruttoria;
p.t.m.
definitivamente pronunciando sul proc.to n. dell’anno , ogni altra domanda od eccezione rigettata e disattesa, così provvede:
condanna al pagamento, in favore degli avvocati e , dell’importo di € 1.222,00, oltre le spese generali al 15%, cassa previdenziale ed iva;
compensa per 3/4 le spese di lite condannano la resistente a rifondere, in favore dei predetti avvocati, il residuo quarto che si liquida in € 36,00 per esborsi ed in € 405,00 per compenso
professionale, oltre spese a forfait al 15%, cassa avvocati ed iva come per legge.
Si comunichi.
Forlì, 29 maggio 2017
Il giudice estensore Il presidente
dott. Emanuele Picci dott. Orazio Pescatore


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