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20 ottobre 2019

[29.05.2017] Tribunale di Forlì, ord. Maggio 2017, Pres. Pescatore, est. Picci

Tribunale di Forlì, ord. Maggio 2017, Pres. Pescatore, est. Picci

Mandato professionale difesa tecnica – scelta che compete al difensore e non al cliente – attività processuale meramente replicativa di altra precedente prevedibile inammissibilità – responsabilità del difensore

1) il cliente che non condivide la linea tecnica intrapresa dal proprio avvocato può scegliere di revocare l’incarico al professionista, ma non può imporgli una diversa impostazione difensiva, sicché l’avvocato che abbia assolto l’obbligo di diligenza di cui agli artt.1176, co.2°, e 2236, c.c., adeguatamente informando il proprio cliente delle conseguenze sul piano processuale e dei rischi connessi alla propria scelta, va esente da responsabilità;

2) in caso di giudizio di opposizione ex art.615, co.1°, c.c., n. r.g., che sia meramente duplicativo di precedente attività processuale, in quanto non deducente fatti sopravvenuti verificatisi tra l’emissione del decreto ingiuntivo ed il termine per proporre opposizione a precetto, bensì replicativa delle medesime doglianze già introdotte nel primo procedimento, con la conseguenza che l’esito sfavorevole della declaratoria d’inammissibilità era agevolmente preventivabile […], ricorre un’ipotesi di inesatto adempimento, in quanto, ancorché il professionista non sia obbligato a perseguire un certo risultato, deve comunque assicurare il rispetto dell’obbligo di diligenza qualificata, ai sensi dell’art.1176, co.2°, c.c., con la conseguenza che il difensore non ha diritto al compenso, ma deve anche ristorare la cliente del pregiudizio economico costituito dall’ammontare che la stessa è stata condannata a pagare in favore di controparte, a titolo di spese di lite;

3) va remunerata l’attività prestata dall’avvocato nel corso del procedimento obbligatorio di mediazione poiché non è addebitabile a quest’ultimo la causa del mancato raggiungimento dell’intesa, ed anzi, l’impegno profuso per tre incontri consecutivi, lungi dall’essere motivo di decurtazione del compenso, integra un’attività da valorizzare perché, anche considerando i maggiori strumenti di deflazione del contenzioso introdotti recentemente dal legislatore (si pensi, alla negoziazione assistita, alla stessa mediazione obbligatoria, al procedimento arbitrale, alla proposta conciliativa di cui all’art.185 bis c.p.c., alla condanna per lite temeraria di cui all’art.96, co.3°, c.p.c., e tanto altro) la collocazione e la decisione giudiziaria della controversia costituisce una

delle alternative alla definizione della lite insorta od insorgenda e non una necessità da attuare ad ogni costo;

TRIBUNALE ORDINARIO DI FORLÌ

Prima Sottosezione Civile

proc.n. r.g.

Il Tribunale,

riunito in camera di consiglio nella persona dei sigg. giudici,

dott. Orazio Pescatore presidente

dott.ssa Eleonora Ramacciotti giudice

dott. Emanuele Picci giudice est.

letti gli atti del proc.to n. dell’anno promosso ex art.702 bis c.p.c. da nei confronti di per il pagamento del compenso

defensionale, pari ad € 2.349,37, nonché per la condanna ex art.96, co.3°, c.p.c.;

atteso che il ricorrente ha dedotto di avere difeso la cliente in due procedimenti giudiziali concernenti: il primo un’opposizione a decreto ingiuntivo ed il secondo un’opposizione a precetto, nonché di avere svolto attività stragiudiziale dinanzi al locale organismo di conciliazione;

preso atto che la resistente ha eccepito l’incompetenza del Tribunale, nonché l’inammissibilità del ricorso ex art.702 bis c.p.c. avendo la stessa contestato l’an della pretesa, in subordine, ha chiesto la conversione del rito; nel merito, ella ha concluso per il rigetto delle domande formulate nei suoi confronti e, in via riconvenzionale, per la condanna dell’avvocato al risarcimento del danno determinato in € 8.293,56, pari alla somma delle spese legali rifuse alle controparti dall’ex cliente, in quanto soccombente nei due procedimenti sopra richiamati, e dell’importo necessario per instaurare un nuovo giudizio volto ad ottenere quanto originariamente preteso, oltre il ristoro dei disagi connessi al rapporto professionale;

in scioglimento della riserva di cui al verbale d’udienza del 4 aprile scorso;

osservato in rito:

che l’estensione dell’oggetto del giudizio determinata per effetto della riconvenzionale formulata dalla resistente radica, ai sensi del combinato disposto degli artt.36 e 40, co.7°, c.p.c., la competenza per valore dell’adito Tribunale;

che la domanda principale concerne la liquidazione del compenso forense, con la conseguenza che essa va trattata nelle forme del rito sommario a cognizione collegiale come, in proposito, prescrive l’art.14, d.lgs. n.150/11, senza che possano rilevare, da un lato, le contestazioni relative all’an della pretesa, alla luce degli ultimi arresti della giurisprudenza di legittimità [v. Cass., sez. III, sent. 29.2.16 n.4002] e, dall’altro lato, l’introduzione di una riconvenzionale da parte della resistente che va comunque esaminata dallo stesso giudice della causa principale;

che detta domanda formulata in via riconvenzionale non ne giustifica la separazione rispetto alla domanda principale perché sono entrambe suscettibili di essere esaminate sulla scorta della documentazione in atti;

ritenuto limitatamente all’an debeatur:

che il cliente che non condivide la linea tecnica intrapresa dal proprio avvocato può scegliere di revocare l’incarico al professionista, ma non può imporgli una diversa impostazione difensiva, sicché l’avvocato che abbia assolto l’obbligo di diligenza di cui agli artt.1176, co.2°, e 2236, c.c., adeguatamente informando il proprio cliente delle conseguenze sul piano processuale e dei rischi connessi alla propria scelta, va esente daresponsabilità;

che, detto in altri termini, l’attività di persuasione del cliente a compiere o non un atto, ulteriore rispetto all’assolvimento dell’obbligo informativo, è concretamente inesigibile,oltre che in contrasto con il principio secondo cui l’obbligazione informativa dell’avvocato è un’obbligazione di mezzi e non di risultato [cfr. Cass., sez.3, sent. 20.5.15, n.10289];

che, pertanto, gli aspetti che attengono al merito delle vicende giudiziarie (la cliente assume di avere inviato al legale scritti contenenti specifici riferimenti ad articoli del codice di procedura civile) e volti a sollecitare un mutamento di strategia da parte dell’avv. non hanno rilevanza, atteso che era compito esclusivo del legale la scelta della linea tecnica da seguire nella prestazione dell’attività professionale [v. sent. n.10289/15, cit.], ad ogni modo, la resistente non ha dimostrato concretamente, non solo la violazione del dovere di diligenza che, viceversa, dal tenore dei propri scritti risulta correttamente adempiuto, ma neppure che tali sollecitazioni siano pervenute al professionista perché l’ultima parte dell’allegato n.6 non costituisce un messaggio di posta elettronica perché non riporta data, mittente, destinatario, ect., ma è semplicemente un foglio privo di sottoscrizione e di una qualsivoglia riferibilità al proprio autore; che, invece, è documentata l’avvenuta revoca del mandato ricevuta dal professionista con telefax del 10.12.14, con la conseguenza che dopo tale momento il legale non era tenuto a compiere atti nell’interesse del cliente, né l’avvocato può chiedere il pagamento del compenso relativo all’opera prestata successivamente al ricevimento della revoca, in quanto gli artt.2237, c.c., 7 della l.n.794/42 e, da ultimo, l’art.7 del d.m. n.55/14 fanno esclusivo riferimento all’attività defensionale espletata prima della cessazione del rapporto di prestazione d’opera intellettuale;

ritenuto con riguardo al quantum debeatur:

che, nell’ambito del procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, n. r.g., vanno disattese le argomentazioni della resistente, in quanto l’omessa impugnazione della delibera condominiale contenente il piano di riparto predisposto dall’amministratore il 20.11.12 non è imputabile all’avv., il quale veniva incaricato dalla cliente soltanto dopo la notifica, avvenuta il 21.10.13, del decreto contenente l’ingiunzione a pagare la somma indicata nel predetto rendiconto, né la cliente ha dato prova che avesse interpellato il legale prima della scadenza del termine per l’impugnativa, ossia nei trenta giorni successivi alla deliberazione assembleare per il condomino presente, o dalla comunicazione per quello assente [v. art.1137, co.2°, c.c.];

che è ugualmente infondata la doglianza relativa alla proponibilità della riconvenzionale nell’ambito del summenzionato giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, in quanto la era parte opponente e, diversamente dall’opposto, avrebbe potuto formulare tale domanda rivestendo la posizione sostanziale di convenuto [ex multis, Cass., sez.3, sent.29.9.06, n.21245];

che, pertanto, circa il richiamato procedimento, spetta all’avv. il compenso per l’opera prestata, ad eccezione della fase decisoria poiché la causa veniva discussa e trattenuta in decisione all’udienza del 12.12.14, ossia due giorni dopo la revoca dell’incarico e, dunque, per le medesime ragioni che giustificano il pagamento del compenso e ne evidenziano la correttezza dell’operato del professionista, risulta in parte qua infondata la riconvenzionale della resistente volta ad ottenere il ristoro delle spese legali, dei costi necessari per incardinare autonomo giudizio e dei pregiudizi connessi a tale vertenza;

che, al contrario, quanto al secondo giudizio di opposizione ex art.615, co.1°, c.c., n. r.g., l’attività del difensore è volta a duplicare i giudizi, in quanto non deduceva fatti sopravvenuti verificatisi tra l’emissione del decreto ingiuntivo ed il termine per proporre opposizione a precetto, bensì replicava le medesime doglianze già introdotte nel primo procedimento, con la conseguenza che l’esito sfavorevole della declaratoria d’inammissibilità era agevolmente preventivabile proprio sulla scorta del pacifico orientamento giurisprudenziale, sia di legittimità sia di merito, richiamato in sentenza dallo stesso giudice di pace;

che, pertanto, ricorre un’ipotesi di inesatto adempimento, in quanto, ancorché il professionista non sia obbligato a perseguire un certo risultato, deve comunque assicurare

il rispetto dell’obbligo di diligenza qualificata, ai sensi dell’art.1176, co.2°, c.c., con la conseguenza che il difensore non ha diritto al compenso, ma deve anche ristorare la cliente del pregiudizio economico costituito dall’ammontare che la stessa è stata condannata a pagare in favore di controparte, a titolo di spese di lite;

che, infine, va remunerata l’attività prestata dall’avvocato nel corso del procedimento obbligatorio di mediazione poiché non è addebitabile a quest’ultimo la causa del mancato raggiungimento dell’intesa, ed anzi, l’impegno profuso per tre incontri consecutivi, lungi dall’essere motivo di decurtazione del compenso, integra un’attività da valorizzare perché, anche considerando i maggiori strumenti di deflazione del contenzioso introdotti recentemente dal legislatore (si pensi, alla negoziazione assistita, alla stessa mediazione obbligatoria, al procedimento arbitrale, alla proposta conciliativa di cui all’art.185 bis c.p.c., alla condanna per lite temeraria di cui all’art.96, co.3°, c.p.c., e tanto altro) la collocazione e la decisione giudiziaria della controversia costituisce una delle alternative alla definizione della lite insorta od insorgenda e non una necessità da attuare ad ogni costo;

ritenuto quindi:

che spetta al ricorrente il compenso relativo al primo procedimento che ammonta ad € 1.280,00 e quello relativo al procedimento di mediazione pari ad € 1.654,63, al contrario, in accoglimento parziale della riconvenzionale, il professionista non ha diritto al compenso per il secondo procedimento e dovrà pagare alla cliente la somma di € 1.205,00, risultando, invece, privi di dignità risarcitoria i fastidi e le incomprensioni avvocato cliente sorti nel corso del rapporto professionale;

che residua, all’esito della compensazione, un compenso spettante al legale pari ad €1.729,63, oltre accessori, di importo inferiore rispetto al primo acconto incassato dal difensore e corrisposto, per il medesimo titolo, dall’assicurazione della cliente [v. pag.1 del ricorso ex art.702 bis, c.p.c.], inoltre, tenendo in debito conto che lo stesso avvocato tratteneva indebitamente un secondo importo di € 1.168,06, circostanza non contestata dal medesimo in questo giudizio [all.16 in fasc. resistente], ne consegue che la , quale ex cliente dell’avv. , non è tenuta a pagare ulteriori somme per i due procedimenti e per l’attività stragiudiziale;

valutato la reciproca soccombenza, sussistono ragioni per una compensazione delle spese di lite;

p.t.m.

accogliendo in parte la domanda principale ed in parte quella riconvenzionale, dichiara che nulla deve nei confronti dell’avv. per l’attività dallo stesso prestata;

compensa integralmente le spese di lite.

Si comunichi.

Forlì, 29 maggio 2017

Il giudice estensore Il presidente

dott. Emanuele Picci dott. Orazio Pescatore


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