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20 ottobre 2019

[19.06.2017] Tribunale di Forlì, ord. 19.6.2017, est. Picci

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Tribuna di Forlì, ord. 19.6.2017, est. Picci

azione ex art. 2041 CC nei confronti di procedura
concordataria – ammissibilità – elemento soggettivo richiesto – buona fede –
pagamento “gratuito” di debito di altra società appartenete al medesimo gruppo
– illiceità

1. dal combinato disposto degli artt.168, co.1° e 181,
l.fall., non è dato desumere un motivo ostativo alla proposizione di un’azione
di accertamento, qual è quella proposta ex art.2041, c.c., poiché il
summenzionato divieto riguarda esclusivamente le azioni esecutive e cautelari;

2. la sussistenza dell’elemento soggettivo, nell’ambito
dell’istituto dell’arricchimento senza causa, è integrato esclusivamente dalla
buona fede, non potendo l’arricchita avvantaggiarsi dolosamente o colposamente
della diminuzione patrimoniale a carico dell’impoverita venendo, in tal caso,
in rilievo una responsabilità extracontrattuale in capo alla società
danneggiante;

3. con riferimento all’elemento psicologico, l’identità
dell’organo decisionale tra società arricchita ed impoverita non solo esclude
la buona fede in capo all’arricchita danneggiante per essersi quest’ultima
avvantaggiata intenzionalmente, ma contrasta con altro presupposto dell’azione
di arricchimento, ossia con la consapevolezza da parte dell’impoverita danneggiata
di adempiere un debito altrui senza dolo o colpa, ed infatti, non è
ipotizzabile un vero e proprio adempimento del terzo, allorquando quest’ultimo
agisce non di propria spontanea iniziativa, bensì a seguito di incarico
riconducibile all’arricchita danneggiante;

4. nel caso di due società facenti parte del medesimo
gruppo, allorquando la prima decida di pagare, in luogo della debitrice, per
consentire a quest’ultima di conseguire una regolarità contributiva per il
rilascio del d.u.r.c., ottenendo così l’azzeramento dei] debiti previdenziali
ed assistenziali contratti prima dell’attivazione della procedura
concordataria, in tale ipotesi non sussistono i presupposti di un beneficio cd.
incontrovertibile proprio dell’ingiustificato arricchimento;

5. l’avere eseguito, da parte di una società di capitali, il
pagamento di un debito altrui con causa di mera liberalità si pone in contrasto
con il fine lucrativo e configura una condotta distrattiva perché volta a
pregiudicare il diritto alla conservazione del patrimonio sociale della società
impoverita; se così fosse allora, non solo sarebbe impedita la proponibilità
dell’azione di ingiustificato arricchimento configurandosi, di converso,
l’illiceità dell’atto, ma verrebbero in rilievo, altresì, profili di responsabilità
degli amministratori per gli eventuali danni derivanti dalla mancata
conservazione del patrimonio sociale;

TRIBUNALE ORDINARIO DI FORLÌ

Prima Sottosezione Civile

proc.n..g.

Il Giudice,

 letti gli atti del proc.n. promosso ex art.702 bis,
c.p.c.,da nei confronti di , quale liquidatore di  in concordato preventivo, per la restituzione
della somma di € 13.987,00, a titolo di pagamento effettuato dalla ricorrente
in favore di Equitalia Centro spa, per cartelle di pagamento emesse a carico
della società ammessa in concordato;

 in scioglimento della riserva assunta;

 osservato preliminarmente che, ancorché astrattamente sussista un conflitto
di interessi tra le due società poiché il legale rappresentante della società
ricorrente è la stessa persona che riveste la carica di presidente del
consiglio di amministrazione della società ammessa in concordato, ossia [v.
visura camerale, all.to 2 in fasc. res.te], in realtà, può ritenersi superflua
la nomina di un curatore speciale poiché l’interesse di  risulta concretamente salvaguardato proprio
dalla costituzione del liquidatore giudiziale dovendo quest’ultimo,
conformemente all’omologa del concordato del 3.7.14, non solo provvedere alla
cessione dei beni e degli assets non strettamente funzionali alla componente di
continuità aziendale prevista nel medesimo piano, ma anche e più in generale,
sorvegliare l’esecuzione della liquidazione garantendo l’attivo ed evitando che
possano derivare pregiudizi per i creditori [all.to 4 in fasc. ric.te];

 ritenuto che:  il legale rappresentante di  veniva comunque ritualmente evocato in
giudizio, difatti, lo stesso ritirava il plico contenente ricorso e decreto di
fissazione udienza [v. atto di notificazione del 16.5.16], con la conseguenza
che va dichiarata la contumacia della predetta società;

 in punto di ammissibilità, dal combinato disposto degli artt.168, co.1° e
181, l.fall., non è dato desumere un motivo ostativo alla proposizione di
un’azione di accertamento, qual è quella proposta da ex art.2041, c.c., poiché
il summenzionato divieto riguarda esclusivamente le azioni esecutive e
cautelari, inoltre, non vi è contezza che il credito originariamente di
Equitalia, in concreto ripianato dalla ricorrente, venisse o meno inserito nel
piano concordatario dopo specifica richiesta [all.to 6 in fasc. res.te];

 ciò nonostante, nel ripercorrere la vicenda, va rammentato che, quale società
facente parte del medesimo gruppo della società arricchita (), decideva di
pagare, in luogo della debitrice, per consentire a quest’ultima di conseguire
una regolarità contributiva per il rilascio del d.u.r.c., in quanto  non aveva all’epoca ripianato i propri debiti
previdenziali ed assistenziali contratti prima dell’attivazione della procedura
concordataria;

 la ricorrente ha dato prova sia dell’esistenza delle n.4 cartelle di pagamento
emesse a carico di , sia del pagamento effettuato, mediante assegno circolare
n. datato 8.7.14, della somma pari ad € 13.987,00 regolarmente incassata dal
concessionario della riscossione che rilasciava apposita quietanza [all.ti 1 3,
in fasc. ric.te];

 occorre evidenziare, ciò nonostante, che l’autonomia patrimoniale delle due
società aventi entrambe distinta personalità giuridica condurrebbe
apparentemente a ritenere integrato il presupposto della locupletazione della
società arricchita a danno di quella impoverita per effetto dell’unico fatto
generatore, ossia l’emissione ed il relativo incasso della somma recante
nell’assegno circolare sopra menzionato corrispondente all’ammontare del debito
tributario conseguentemente estinto;

 in verità, occorre preventivamente scrutinare la sussistenza dell’elemento
soggettivo che, nell’ambito dell’istituto dell’arricchimento senza causa, è
integrato esclusivamente dalla buona fede, non potendo l’arricchita
avvantaggiarsi dolosamente o colposamente della diminuzione patrimoniale a
carico dell’impoverita venendo, in tal caso, in rilievo una responsabilità
extracontrattuale in capo alla società danneggiante;

 ebbene, rammentando la duplice qualità di , in nome e per conto del quale  ha promosso l’azione di ingiustificato
arricchimento nei confronti di , sussiste evidentemente tra la
ricorrente impoverita e la resistente arricchita identità dell’organo
decisionale nella persona del medesimo  ;

 ne consegue che, se sotto il profilo oggettivo, è configurabile un danno in
capo a  essendosi realizzato uno
speculare risparmio di spesa in favore di , al contrario, con riferimento
all’elemento psicologico, l’unicità della persona non solo esclude la buona
fede in capo all’arricchita danneggiante per essersi quest’ultima avvantaggiata
intenzionalmente, ma contrasta con altro presupposto dell’azione di
arricchimento, ossia con la consapevolezza da parte dell’impoverita danneggiata
di adempiere un debito altrui senza dolo o colpa, ed infatti, non è
ipotizzabile un vero e proprio adempimento del terzo, allorquando quest’ultimo
agisce non di propria spontanea iniziativa, bensì a seguito di incarico riconducibile
all’arricchita danneggiante;

 ad ogni modo, anche a voler ammettere un obbligo restitutorio nei casi di
mala fede dell’impoverita, occorre evidenziare che, diversamente da quanto
opinato dalla difesa della ricorrente, nel caso di due società facenti parte
del medesimo gruppo, allorquando la prima decida di pagare, in luogo della
debitrice, per consentire a quest’ultima di conseguire una regolarità
contributiva per il rilascio del d.u.r.c.ottenendo così l’azzeramento dei
debiti previdenziali ed assistenziali contratti prima dell’attivazione della
procedura concordataria, in tale ipotesi, non sussistono i presupposti di un
beneficio cd. Incontrovertibile proprio dell’ingiustificato arricchimento, in
quanto: a) l’imprenditore ammesso in concordato avrebbe potuto ottenere il
rilascio del d.u.r.c. indipendentemente dal pagamento effettuato dal terzo,
purché avesse inserito in detto piano l’assolvimento dei debiti previdenziali
ed assistenziali contratti prima della procedura concordataria; b) ai sensi dell’art.182
quinquies, l.fall., lo stesso avrebbe potuto chiedere di essere autorizzato:
b1) a contrarre finanziamenti prededucibili ex art.111, e dunque, sussisterebbe
la strumentalità di cui all’articolo citato se il ripianamento dei debiti
previdenziali e/o assistenziali fosse servito per soddisfare il ceto
creditorio, in ogni caso, tale debito sarebbe senz’altro prededucibile, qualora
fosse funzionale alla continuità aziendale, come pare riferire la difesa della
ricorrente richiamando l’importanza del rilascio del d.u.r.c.; b2) a pagare
crediti anteriori per prestazioni di beni o servizi, se un professionista in
possesso dei requisiti di cui all’art.67, co.3°, lett. d), avesse attestato che
tali prestazioni fossero essenziali per la prosecuzione dell’attività d’impresa
e funzionali ad assicurare la migliore soddisfazione dei creditori;

 ritenuto inoltre che:

 assume valore confessorio l’affermazione in ricorso, secondo cui tra le due
società esistesse una forma di direzione o coordinamento comune ex art.2497 e
ss., c.c., la cui effettiva sussistenza non è stata compiutamente dimostrata,
ma che appare comunque avvalorata dall’identità del soggetto avente la
rappresentanza legale dell’impoverita;

 pertanto, delle due l’una: o il pagamento eseguito dalla ricorrente, in luogo
della società ammessa in concordato, era giustificato da uno specifico accordo
ed allora si assisterebbe ad un accollo interno, od ancora era inquadrabile
all’interno del gruppo societario per redistribuire le risorse infragruppo con la
conseguenza che, in entrambi i casi, mancando la sussidiarietà dell’azione ex
art.2041 c.c., la ripetizione di quanto versato andrà diversamente regolato
attraverso lo specifico strumento contrattuale; oppure, in carenza di siffatta
causa solutoria, l’avere eseguito, da parte di una società di capitali, il
pagamento di un debito altrui con causa di mera liberalità si pone in contrasto
con il fine lucrativo e configura una condotta distrattiva perché volta a
pregiudicare il diritto alla conservazione del patrimonio sociale della società
impoverita;

 se così fosse allora, non solo sarebbe impedita la proponibilità dell’azione
di ingiustificato arricchimento configurandosi, di converso, l’illiceità
dell’atto, ma verrebbero in rilievo, altresì, profili di responsabilità degli
amministratori per gli eventuali danni derivanti dalla mancata conservazione
del patrimonio sociale;

 tanto la prima, quanto la seconda ipotesi potrebbe essersi verificata nel
caso in esame, non potendo constatare cosa sia accaduto in concreto, in quanto
la ricorrente ha omesso di versare in atti il proprio bilancio, dal quale si
sarebbe potuto verificare la contabilità della società individuando
registrazione e riferibilità del pagamento in questione;

 considerato infine che:

 sulla scorta delle ragioni fin qui evidenziate, non è
attivabile l’istituto dell’ingiustificato arricchimento, sia per la residualità
della relativa azione, sia per la carenza dei presupposti nell’ambito della
fattispecie in concreto, sia per la presumibile illiceità della condotta
dell’impoverita;

 conseguentemente il rigetto della domanda comporta l’obbligo in capo alla
ricorrente di rifondere, in favore del liquidatore costituito, le spese di lite
determinate secondo il d.m. n.55/14, ai medi tariffari e per tutte le fasi
giudiziali, essendo state depositate memorie illustrative e di precisazione
degli atti introduttivi;

 al contrario, nessuna statuizione di condanna va resa con riguardo al
contumace perché, ai sensi dell’art.91 c.p.c., l’eventuale condanna alle spese
di lite ha il suo fondamento: “nell’esigenza di evitare una diminuzione
patrimoniale alla parte che ha dovuto svolgere un'attività processuale per
ottenere il riconoscimento e l’attuazione di un suo diritto; sicché essa non
può essere

pronunziata in favore del contumace vittorioso, poiché questi, non avendo
espletato alcuna attività processuale, non ha sopportato spese al cui rimborso
abbia diritto” [cfr. Cass., sez. 2, sent. 19.8.2011 n.17432];

p.t.m.

definitivamente pronunciando sul proc.n., ogni diversa
domanda ed eccezione assorbita o rigettata, così provvede: dichiara la
contumacia di; rigetta la domanda formulata, ai sensi dell’art.2041, c.c., da  condannandola a rifondere, in favore della
procedura costituita, le spese di lite che si liquidano in € 7.254,00 per
compenso professionale, oltre spese a forfait al 15%, cassa avvocati ed iva
come per legge.

Si comunichi.

Forlì, 19 giugno 2017

Il Giudice







































dr. Emanuele Picci


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